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la parola della domenica
Anno
liturgico C per il 18 aprile 2010 |
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At
5,27b-32,40b-41 Il Vangelo di Giovanni era già concluso: concluso con l'episodio di Tommaso, lo dicevamo la scorsa domenica. Alla fine del Vangelo, Tommaso! l'uomo del dubbio, della fede. E la beatitudine dei non vedenti. Ma allora perché una cerchia di discepoli aggiunge questo racconto dell'apparizione di Gesù sul lago di Tiberiade? Vedete, prolungare l'apparizione del Risorto era come dire che l'esperienza del Risorto non era conclusa e che il lago - il lago che Gesù amava - e la riva e le barche - le barche piene e le barche vuote - e i volti - i volti delusi e i volti sorpresi - e la notte - la notte e il giorno, una notte e un giorno qualsiasi, la normalità, sì la normalità è il luogo del suo apparire e scomparire. E dunque avere occhi come quel discepolo, il discepolo che Gesù amava, avere occhi per riconoscerlo e dire con emozione: è il Signore! Ciò che viene qui raccontato - degli apostoli - sulla sponda del lago può essere raccontato di noi: di noi che oggi - e fino alla fine dei tempi - abbiamo la possibilità di incontrare Gesù, nella normalità, come colui che ha superato la morte nel nostro cuore. E dunque il Risorto nella normalità. Non siamo più nel cenacolo: il racconto ci riconduce alla quotidianità della vita normale: i discepoli vengono descritti mentre svolgono il loro lavoro, quello di pescatori. Le cose che si dicono sono quelle comuni, quelle quotidiane: "vado a pescare", "Veniamo anche noi con te". E anche le azioni sono quelle comuni, quelle di ogni notte e di ogni giorno: uscire di casa, salire sulla barca, gettare le reti, tornare a riva. Voi capite, sotto questi simboli è facile, fin troppo facile, scorrere la nostra vita: vado a lavorare, uscire, rientrare. E si rientra sempre più tardi. Proprio ieri sera, una ragazza con la chiave dentro la toppa - erano passate le venti - mi diceva: vedi, dunque, a che ora si ritorna. E anche noi, qualche volta con il disagio nel cuore di un tempo, di fatiche - almeno apparentemente - senza successo. Almeno in alcuni periodi della vita... questo senso di vuoto, di barca vuota, di inutilità. E a volte - lasciatemelo dire - è proprio la domanda di Gesù a chiamarci a una verifica che potrebbe sembrare impietosa: "Figlioli, non avete nulla da mangiare?". Con tutta la tua fatica - dopo molte veglie e molte notti - hai portato qualcosa? qualcosa da mangiare: o solo parole, solo vento? È una domanda che ci richiama - è vero - alla realtà, ma non è una domanda senza tenerezza, non è la domanda di quelli che hanno l'aria di dirti: "Hai visto che...". La domanda ha dentro una tenerezza: "Figlioli" dice. La parola di Gesù, del Risorto, che ti raggiunge anche oggi presso la barca vuota, dopo la veglia estenuante della notte sul lago, la parola di Gesù non si chiude sulla constatazione del vuoto. Apre subito un'altra possibilità: non ti dice "sei un buono a nulla". No, dice che hai ancora la forza - la devi avere! - di tentare ancora e di gettare le reti sulla destra della barca. Ecco, il Risorto è proprio in questa tua sensazione che puoi gettare la rete da un'altra parte. E dunque ritrovar coraggio, superare la delusione. Lui
è presente, ma non ti sostituisce! È bellissimo il particolare:
ha preparato un fuoco di brace con del pesce sopra e del pane. Eppure
dice loro: "Portate un po' di pesce che avete preso or ora".
E il pesce di Gesù, quello arrostito, e il tuo finiscono insieme
e più non li distingui. Anche questo è cifra di una vita.
E forse - concludendo - in questa luce della normalità, toccata dalla presenza del Risorto, potrebbe essere letto l'episodio del mandato affidato a Pietro. Pietro ricondotto - dalla parola di Gesù - a constatare la sua povera misura. E anche qui una domanda che fa cambiare la barca vuota: "Mi ami tu più di costoro - e il verbo è "agapâo", il verbo della dedizione assoluta. E Pietro non osa tanto, risponde "Ti amo" con il verbo "filéo", il verbo del sentimento dell'amicizia. Ma anche l'amicizia sarà al cento per cento? Pietro sa di non poter giurare, dice: "solo tu lo sai, Signore". Ebbene,
a uno che ha il senso del suo limite e lo riconosce puoi affidare il compito
di guida: saprà capire, accompagnare, incoraggiare: "Pasci
le mie pecore". |
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