la parola della domenica

 

Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella Domenica di Pasqua
secondo il rito ambrosiano

4 aprile 2010



 

 

At 1,1-8a
Sal117
1Cor15,3-10a
Gv 20,11-18

Nella notte abbiamo rivissuto l'annuncio: Gesù, il Maestro e Signore, è risorto
E questa mattina, ascoltando il brano del vangelo di Giovanni, riprovavo sorpresa, anzi direi "buona notizia", pensando da chi è partito l'annuncio che ora è arrivato a noi e che noi a nostra volta trasmettiamo alle generazioni future.

Dove ha inizio e da chi? Da una donna e dunque saltano tutte le gerarchie, quelle ecclesiastiche, quelle familiari, quelle sociali. L'annuncio della risurrezione non poteva essere affidato agli apostoli, ai parenti di Gesù, al genere maschile, l'unico che allora aveva diritto a testimoniare? E che la cosa avesse creato qualche imbarazzo prova ne è che dopo aver parlato di Maria di Magdala, che esce quando ancora è buio, il racconto si spezza ed ecco avviene nel brano un' inclusione. Si spezza il racconto della Maddalena per inserire l'andata al sepolcro di Pietro e Giovanni. A placare lo sconcerto che non fossero stati i capi della chiesa i primi a ricevere l'annuncio.

Ma forse è giusto che toccasse a una donna, perché davanti al Signore, la precedenza non è legata ai titoli, ai gradi, potremmo forse dire che è legata al grado di amore. E dobbiamo riconoscere che le donne furono le più fedeli, loro arrivarono alla croce. Altri si fermarono prima, molto prima in fuga, in rinnegamento, in tradimento. Le uniche presenti alla deposizione, a osservare come Giuseppe d'Arimatea avesse deposto il corpo nel sepolcro, quasi a controllare, un controllo di occhi, un controllo di cuore.

Eppure anche Maria di Magdala, venendo nel buio della notte, si porta dentro un cuore disperato, gli occhi sono di pianto: "Donna, perché piangi?". Se ripercorriamo la sua risposta in lacrime, ci accorgiamo dove è arrivata nel suo pensiero: Gesù ora per lei è un essere inanimato: "dove l'avete portato?". Lo cerca come una cosa. Ed è il rischio che corriamo anche noi: di cercare Dio come una cosa, e purtroppo di cercare gli altri come cose, quasi come oggetto di consumo. La scoperta del risorto da parte di Maria Maddalena, avviene per quella sua voce inconfondibile, per quel suo chiamarla per nome. Se ha una voce, se parla, non lo puoi mettere tra i morti, è vivo. La sua parola mette in cammino. Io penso che questa sia una condizione per verificare se noi crediamo o no alla risurrezione: se nella vita ci parla, ma non nell'astrattezza delle visioni, no, se lo sentiamo parlarci nelle Scritture sacre. Se non ci parla è come se per noi non fosse risorto.

E, cosa ancora sorprendente, è che il risorto, sebbene risorto, pur venendo dalla vittoria sulla morte, non assume caratteri di eccezionalità. Controllate le pagine dei vangeli e troverete che nei racconti della risurrezione è assente qualsiasi scenario di grandiosità qualsiasi colore di straordinarietà. Il risorto è scambiato per il custode del giardino, per un viandante nelle ombre delle sera, per uno che attende pesce dal litorale, dentro la famigliarità di un incontro molto personale. Quasi a dire che Gesù porta vento di vita e di speranza nel quotidiano più quotidiano. Lasciatemi dire, è lì che deve arrivare la risurrezione con il suo fermento di vita, di germinazioni.

Ma questo canto, questo annuncio, non può rimanere soffocato nella chiese. Ogni anno quando celebro la veglia, mi ritorna al cuore un'immagine commovente di ciò che avveniva una volta il sabato santo nelle chiese di campagna, quando le chiese ancora non erano assediate dal cemento. All'annuncio della risurrezione vedevi i ragazzi correre, aggrapparsi alle corde delle campane e suonare a distesa; e poi ancora correre fuori dal campanile ad abbracciare gli alberi. Come se la risurrezione dovesse abbracciare anche loro. E' il diramarsi della risurrezione attraverso noi che ne abbiamo riudito l'annuncio. Passa la forza di vita della risurrezione.

Passa il soffio della risurrezione. Come acqua che, se accolta, risana le nostre acque malate. Dove arriva l'acqua nuova dello Spirito crescono gli alberi a riva e danno frutto ad ogni stagione.

Ci lavi la tua acqua, Signore, dalla nostra stanchezza, ridoni freschezza, fertilità alla nostra vita, ci porti lontano dall'angustia dei nostri disegni, ci conduca per gli orizzonti aperti del tuo Vangelo.

La risurrezione di Gesù dice a tutti noi, che non è vero che dopo anni di vita, non ci resta che comprimere sogni a attese, quasi la vita più non ci appartenesse. La risurrezione è acqua di libertà, è acqua di uscita da ogni tirannia, come fu l'acqua del Mar Rosso per i nostri padri. E dunque si può, in forza del vangelo, riprendere a sognare, ci si può aprire perchè lo spirito di Gesù cresca nei nostri sogni, maturi nel nostro pensare, prenda forma nella nostra vita. Tra poco spezzeremo il pane del Signore e lo sentiremo presente fra noi, ma, ancora una volta, come avvenne per quei discepoli, scomparirà dai nostri sguardi. Non appare ora più sulla terra con il suo corpo glorioso il Signore. Solo noi forse, ma non con le parole, con la nostra vita, pur con tutte le nostre fragilità e debolezze, possiamo essere sulla terra parabola del corpo glorioso del Signore risorto.

Lo saremo, se Lui ce ne darà la forza. Lo saremo, se faremo gesti di risurrezione, se rialzeremo gli animi smarriti, se faremo sognare i poveri e i disperati, se inventeremo "lingue, segni, cammini capaci di tradurre la luce del mattino della risurrezione in allegria per tutta la terra" (Gianni Tognoni).

Per la riflessione

Pasqua, una festa passata? Senza conseguenze?

Che cosa potrebbe dirci oggi? Verso quali orizzonti spingere?

 

 


 
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