la parola della domenica

 

Anno liturgico B
omelia di don Angelo nell'Ottava del Natale
secondo il rito ambrosiano


1 gennaio 2012



 

 

Nm 6,22-27
Sal 66
Fil 2,5-11
Lc 2,18-21

Penso sia una grazia iniziare un anno dentro una benedizione. Quella di Dio, che questa mattina abbiamo ascoltato da libro dei Numeri. Ascoltavo e la sentivo sfiorare la mia pelle e un po', sarà l'età, mi commuoveva: "Ti benedica il Signore e ti custodisca". Pensate che grazia avere qualcuno che ti dica, ma non in modo gelido, convenzionale, rituale, te lo dica con il cuore e tu gli vede accendersi gli occhi, ti dica: "Dio ti benedica quest'anno e ti custodisca, faccia splendere su di te il suo volto".

E poter sognare, sono pensieri da vecchio sognatore impenitente, che le parole di benedizione non finissero qui e che potessimo uscire e dire a chiunque: "ti benedica il Signore e ti custodisca". Almeno dirglielo con gli occhi!

Mi sembra quasi un prolungamento della benedizione delle origini, quando Dio creò il terrestre e la donna, li benedisse e disse loro"siate fecondi". La benedizione di Dio, pensate che bello, legata alla fecondità. Dio ci benedice e diventiamo fecondi. "Donaci la tua benedizione, Signore, perché quest'anno possiamo essere fecondi!". E' come se fossimo sull'uscio per un nuovo anno. E mi ritorna alla mente un costume antico, quello dei genitori che sull'uscio di casa benedicevano loro i figli quando se ne andavano di casa per sposarsi, quasi a dire loro: " Dio vi benedica e con la vostra vita siate fecondi".

Una benedizione dunque sull'uscio di casa, mentre usciamo da un anno e ci inoltriamo nell'anno nuovo, una benedizione che raggiunge anche quelli tra noi che come me, di anni se ne portano una moltitudine sulle spalle, benedizione per una fecondità: "Siate fecondi". Di opere giuste e buone!

Ma vorrei aggiungere che nelle parole di benedizione, che Dio stesso mette sulle labbra dei sacerdoti della Antica Legge, dunque sue parole, mi intrigava quell'accenno al volto: "il Signore faccia risplendere per te il suo volto". Quando splende un volto? Non certo quando è abbuiato, corrucciato, o indifferente, ma quando lo illumina un brivido di affetto, di simpatia, di accoglienza. Ricordo che rivolgendosi a Dio in una sua poesia un monaco armeno degli inizi del mille, Gregorio di Narek, scriveva:

Tu sei il dito del cipresso che indica la via.
E le tue sopracciglia sono riunite
In un solo arco.

Ebbene un Dio, che fuoriesce dai suoi cieli e si fa uomo, racconta le sopracciglia di Dio, sopracciglia distese, non aggrottate in due caverne, e dunque benedizione, vangelo, cioè buona notizia. Per noi, per il nuovo anno.

Ma vorrei fermarmi a riflettere con voi sullo specchiarsi dei volti. Quando i tuoi occhi si perdono nel volto dell'altro - e succede quando ci si ama - la luce che abita il volto dell'altro sconfina nel tuo volto e lo accende. Un volto gelido crea volti gelidi, un volto spietato crea volti spietati, un volto indifferente crea volti indifferenti. Al contrario un volto fiducioso crea volti fiduciosi, un volto accogliente crea volti accoglienti, un volto buono crea volti buoni. Quasi per irraggiamento! Un volto di pace crea volti di pace, se vogliamo stare al tema della pace che ormai leghiamo per tradizione al primo giorno di ogni anno.
Forse sto impoverendo il messaggio. Pensavo, che grazia se potessero dire di noi lungo l'anno: "Con il tuo volto sei stato per me una benedizione, mi hai dato fiducia, mi hai incoraggiato a resistere, mi hai sostenuto".

Non è forse a questo, o anche a questo, che siamo chiamati in tempi difficili? Non siamo degli ingenui e augurandoci buon anno, non possiamo di certo scambiarci illusioni. Buono l'anno non certo nel senso di un anno senza difficoltà e sacrifici. Ma che grazia sarebbe incontrare lungo l'anno donne e uomini che ravvivano dalle ceneri la fiamma e fanno sussultare dalla brace il fuoco. Come si augurava un poeta drammaturgo statunitense di grande sensibilità che scriveva:,

Le candele nelle chiese sono spente,
Spente le stelle nel cielo.
Soffia sul carbone del cuore
E tra poco vedremo... Archibald MacLeish

Vengo al vangelo: oggi il racconto di Luca portava a conclusione il vangelo del giorno di Natale. Con i pastori che arrivano alla mangiatoia e poi se ne ritornano. E con Maria che osserva, li vede arrivare e li vede scomparire. E medita, medita in cuor suo. Ma facciamo attenzione al verbo "meditare", che non è un verbo di quiete, non è una meditazione ferma, senza subbugli. Il verbo in greco letteralmente significa: "metteva insieme". Anche lei, Maria non capiva, tentava di mettere insieme. Di mettere insieme, per esempio, le parole dell'angelo che sembravano evocare eccezionalità e grandezza per quel figlio, e quella nascita che sembrava dire tutto fuorché eccezionalità e grandezza. Sembrava dire normalità, anzi la più nuda delle normalità, la più sconcertante. Non capiva, tentava di mettere insieme. Ma dava fiducia.

Come tentiamo noi, ritornando alle nostre case, alla vita di tutti i giorni. Con la fatica di mettere insieme ciò che non sempre è spiegabile. Ma dando fiducia.

Ritorniamo alle cose di sempre, dopo esserci stupiti come i pastori. Anche loro fecero ritorno alle cose di sempre, greggi e pascoli e bivacchi di notte. Ma con uno sguardo diverso. Che non era di sottovalutazione della loro vita, come se le cose, quelle cose, fossero di meno. Paradossalmente erano diventate di più, chiedevano più passione e più cura. Perché anche Dio si era messo in quelle cose, le loro cose, mangiatoia e fasce di cuccioli d'uomo.

Ci conceda il Signore di entrare nell'anno nuovo con uno sguardo diverso, con una passione e una cura ancora più intense, soffiando, là dove saremo, sulle ceneri. Per riattizzare il fuoco.

Per la riflessione

E' pura poesia l'irraggiamento dei volti?
E la fatica di "mettere insieme"?

 

 


 
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