la parola della domenica

 

Anno liturgico B
omelia di don Angelo nell'Epifania del Signore
secondo il rito ambrosiano


6 gennaio 2012



 

 

Is 60,1-6
Sal 71
Tt 2,11-3,2
Mt 2,1-12

Non vorrei togliere fascino a questa pagina di Matteo, che ha navigato nella fantasia di artisti e poeti, regalandoci opere di intensa bellezza. Dopo tutto, mi chiedo, non è forse essa stessa, la pagina, un parto stupendo della fantasia di Matteo che costruisce con arte finissima il racconto?

Né vorrei togliere emozione ai bambini che, nei giorni a precedere l'epifania, vanno spostando a poco a poco dai bordi in ombra dei presepi i re magi. Con le loro bardature e seguito di cammelli, verso la luce fioca di una capanna su cui splende una stella.

Ebbene vorrei lasciare intatta la bellezza dei bambini di ieri e di quelli di oggi, che mettono in cammino statuine, come a cantare il muoversi, come a cantare un'attrazione, irresistibile attrazione.

Ma è avvenuto - perché avvenga, un po' tutti, penso, ora ce ne siamo fatti una ragione - è avvenuto un attentato anche al racconto dell'epifania che non è stato lasciato così come appare nella pagina di Matteo, è stato rivestito dì altro, e non sempre in sintonia con il racconto.

Cominciamo con il dire che Matteo, come avvenimento alla nascita di Gesù, riporta esclusivamente questo racconto. Luca fa muovere i pastori, e basta. Matteo fa muovere i magi e basta, l'unico racconto di Matteo. Nei racconti della nascita pastori e magi, nessun altro. Ci sarà pure un senso!

L'atmosfera non è così tranquilla, infatti Matteo annota: "al tempo del re Erode". Non è detto che i passi della salvezza avvengano in tempi facili, sereni, tranquilli. Nemmeno oggi, credo. Dunque "al tempo del re Erode". Uno che non aveva esitato a uccidere tre dei suoi figli per paura di essere spodestato. E i magi dovranno fare i conti anche con lui. Quasi fosse anche questa una costante nella storia.

"Ed ecco alcuni magi vennero da oriente". "Ed ecco", c'è un salto, come a dire che avviene qualcosa che supera la concatenazione degli eventi, qualcosa di inimmaginabile: inimmaginabile che si muovano i magi, inimmaginabile che si muova l'oriente.

Non so, forse bisognerebbe fare indagini più accurate per capire perché quelli che in Matteo sono indicati come dei "maghi", vengano presentati come dei "magi". E come mai poi nella tradizione successiva siano diventati dei re. Ma dove sta scritto? Vedete è il solito tentativo di annacquare il racconto. Che vuole dirci: a riconoscere il Signore, anche in Matteo, come in Luca, è gente di dubbia fama, quelli che esercitavano una attività ritenuta a tal punto ambigua e maledetta da contaminare persino coloro che li consultavano. Non era forse scritto nel Talmud: "Chi impara qualcosa da un mago, merita la morte"?

Troppo lo sconcerto, lo constatiamo fin da questa pagina, dove ad attenuare lo sconcerto si sostituisce il termine maghi con magi! Come se si stesse dicendo una verità che brucia. Brucia dire che i primi a riconoscerlo sono stati uomini con professione sospetta. Come ci brucia oggi sentirci dire: "Abbiamo trovato una fede più sincera, meno ipocrisia, più umanità in persone che non frequentano le chiese, più che in quelli che le frequentano".

E infatti i maghi si portano sulla pelle il sospetto, il sospetto che tradizionalmente si riserva agli uomini e delle donne nuove, quelli che non sono i frequentatori dei soliti circoli: "adesso arrivano loro!" si dice.

E da dove arrivano questi? Gente senza arte limpida né parte definita: vengono dall'oriente. Da qualcosa di indefinito, l'oriente, senza una chiara identità. Vengono da dove nasce la luce, uomini e donne delle stelle, curiosi persino dei cieli, dei cieli notturni, nelle ore in cui chi è sano, secondo certi schemi, si dà al sonno. No, gente di veglia nei segreti dei tempi, anche delle notti, loro della razza di coloro che non danno nulla per scontato, interrogano il cielo e interrogano la terra.

E il potere, Erode, odora un pericolo: "da gente come questa devi stare in guardia. Non sai mai, possono accendere speranze di nuovi assetti, speranza di salvezza per tutti, di giustizia per tutti, di pace per tutti, di vita per tutti". Gente pericolosa. Da addomesticare. Ebbene se da un lato capiamo la reazione di Erode, simbolo dei poteri forti, che vogliono tutto sotto controllo, dall'altro forse ci è più difficile capire la reazione della città: "con lui" -con Erode, è scritto - "turbata tutta Gerusalemme". Il nuovo, il nuovo di Dio spaventa chi per non correre rischi ha fatto pace con i compromessi del potere: "cambiando" dicono "non si sa a che cosa si va incontro".

E così Matteo nel suo sapiente racconto mette a confronto il cammino dei lontani con l'immobilità di un potere politico e con l'immobilità di una religione. Una religione che legge libri, dà riposte, ma non ci crede. Perché, se ci credesse, si metterebbe in cammino, davanti agli altri. Hanno l'aria di aver ridotto la religione e se stessi, a un monumento. Amano la monumentalità. Il monumento! Visibilissimo, imponente che ostenta, ma immobile, occhi vuoti, gelido. Possiamo assomigliare anche noi a quella città, la grande Gerusalemme.

E volesse il cielo, che all'istituzione rimanesse ancora la voglia di aprire il libro e di leggerlo, di leggere la parola di Dio, di rimandare alle Scritture sacre: "A Betlemme: è scritto". Rimanesse il coraggio di dire che Dio è nella piccolezza, a Betlemme e non nella grande città. Che Dio là si è rifugiato. Sarebbe un aiuto dato dall'istituzione nonostante tutto, nonostante la sua immobilità. Per i cercatori di stelle.

Il cammino, dicevamo dei lontani, l'immobilità dei vicini. E Matteo sottolinea un altro contrasto: il turbamento di Erode e della città e la gioia dei maghi. "provarono una grandissima gioia". La città turbata dalla paura di perdere qualcosa, i maghi con la gioia di dare", di dare oro incesso e mirra. "C'è più gioia nel dare che nel ricevere" dirà Gesù.

Troveranno una casa di Betlemme, senza targhe. Non l'avrebbero trovata se non per l'irraggiamento di una stella. Fuori dai simboli: per un irraggiamento della coscienza, che guida con la sua luce il cammino di ogni donna e di ogni uomo, al di là dei nostri pregiudizi e delle nostre miopie religiose. Miopie poco religiose, perché il Dio in cui crediamo è un Dio che accende stelle sul cammino di ciascuno.

Nella casa adorarono e offrirono: i loro doni riconoscevano il divino in una casa, in uno spazio per tutti, per tutte le fedi e per tutte le ricerche, per ogni donna e per ogni uomo sulla terra.

La buona notizia dell'epifania. Un Dio per tutti. Senza esclusioni.

 

 


 
stampa il testo
salva in  formato rtf
Segnala questa pagina ad un amico
scrivi il suo indirizzo e-mail:
 
         
     

 
torna alla home