la parola della domenica

 

Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella Solennità della Santissima Trinità
secondo il rito ambrosiano

30 maggio 2010



 

 

Gn 18,1-10a
Sal 104
1Cor 12,2-6
Gv 14,21-26

Alla prima domenica dopo la Pentecoste è stato dato il nome di solennità della santissima Trinità. Un mistero che ci sembrerebbe di impoverire spegnendolo in formulazioni di gelido sapore algebrico, quando invece il suo manifestarsi è nella vita, nella storia, oserei dire quella più intima.

Fa pensare la domanda di Giuda, non l'Iscariota, a Gesù, che aveva appena finito di dire: "Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui". Dove si manifesta il figlio di Dio, dove il luogo della sua manifestazione? Dice Gesù: in ognuno che lo ama. E Giuda rimane sconcertato. Sconcertato che la manifestazione, lo svelamento avvenga a loro e in un luogo fuori da ogni clamore. Vorrebbe qualcosa di più appariscente, una manifestazione da vertigine, grande adunata, oceanica, davanti al mondo. E lì ti manifesti! E chiede deluso: "Signore come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?".

E Gesù non arretra, a dispetto di tutti coloro che vorrebbero un bagno di folle, un Messia trionfante, da sbalordire il mondo. Sembra privilegiare, perdonate se mi esprimo così, la stanza interiore, là dove uno di noi può aprire o chiudere. Amando apre, non amando chiude: "Se uno mi ama" dice Gesù "noi verremo a lui". Il mistero di Dio nella stanza più interiore. Dove si ama.

Mi colpiscono queste parole di Gesù, che sembrano alludere a un'esperienza mistica. Risentiamole: "Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui". Mi colpiscono queste parole per tanti motivi. Un primo motivo, perché l'esperienza è riferita non a pochi privilegiati dello spirito, i superdotati dello spirito capaci di percezioni mistiche, ma a tutti, sfatando così l'idea che la mistica sia chissà che cosa, o chissà per chi. No, è il sentirsi abitati dal mistero di Dio. Come quando ci si sente abitati da un amore.

Ma dobbiamo essere grati alle parole di Gesù per un altro motivo, perché ci permettono di sfatare anche un altro inveterato pregiudizio circa la parola "mistica". Che abbiamo spesso, troppo spesso declinata come evasione dal mondo: il mistico, uno che vive di Dio e non ha di conseguenza, ecco il pregiudizio, non ha i piedi per terra. Naviga a mezz'aria. Perchè lui, lui "ama Dio". Vola alto, vola lontano.

Guardate invece come Gesù spazzi via d'un colpo una simile concezione, quando dice: "Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva questi è colui che mi ama". Bando alle astrattezze! Allora amare Dio non è una cosa astratta, ma una cosa estremamente concreta. Misurati nel concreto, chiediti se osservi il comandamento che lui ci ha lasciato: "Questo è il mio comandamento, amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati". E non fate della teoria sull' amare Dio. Perché come puoi dire di amare Dio che non vedi se non ami il fratello che vedi? Dove va a finire la tua mistica? Oggi il Gesù da amare è nell'altro e, se ami l'altro. il Padre e il Figlio verranno a te e di te faranno la loro dimora sulla terra. Diventi così tenda di Dio.

Il pensiero, voi lo intuite, corre alla tenda di Abramo, al racconto suggestivo del libro della Genesi che questa mattina abbiamo ascoltato, storia di Abramo e storia della sua tenda. Corre il pensiero a quanto avvenne ad Abramo quel giorno, quando Dio gli apparve alle querce di Mamre, mentre lui sedeva all'ingresso della tenda, nell'ora più calda. Racconto intrigante, in cui prima si parla di Dio al singolare e poi si parla di tre personaggi al plurale. Nella tradizione cristiana questo sconfinamento dal singolare al plurale è stato interpretato come una allusione al mistero della Trinità e ha avuto nel tempo raffigurazioni di una intensità commovente, soprattutto nelle icone dell' Oriente, una su tutte quella di Andrej Rublev con quei tre personaggi intrisi di mistero ai tre lati di una tavola, e l'altro lato vuoto per accogliere te, se scegli di esserci.

Ma il racconto della tenda di Abramo lascia, a mio avviso, ed è bello che sia così, una nube di mistero: passa Dio o passano dei viandanti fuori la tenda di Abramo? Vedete noi vorremmo precisare. Vorremmo distinguere ciò che non va distinto. Se accogli dei viandanti nella tua tenda, accogli Dio. Non ce lo ha ricordato anche Gesù nel vangelo di Matteo: "Ero straniero, mi hai ospitato". Ecco l'esperienza mistica: "Hai ospitato lo straniero? Hai ospitato me".

Chissà se noi siamo tenda della Trinità! Lo siamo se siamo tenda dell'ospitalità. Dovremmo rileggere l'ospitalità di Abramo, nostro padre nella fede. Due semplici suggestioni tra le mille.

La prima: quell'insistere, quasi un forzare da parte di Abramo perché i tre sconosciuti entrino nella sua tenda. Vedete, sorprendentemente l'ospitalità è riconosciuta come una grazia, una opportunità divina. Per chi accoglie prima ancora che per chi è ospitato. E la lucentezza della festa negli occhi di Abramo: "Corse loro incontro dall'ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo". Ed erano tre sconosciuti! Negli occhi ci rimane quella sua prorompente ospitalità.

E, seconda suggestione: al momento della partenza dei tre sconosciuti, quasi premio, la promessa di una fecondità insperata per Sara, la donna che si sentiva avvizzita nel grembo, avvizzita per sempre. Voi mi capite, quasi il baluginare di un rimedio per una generazione come la nostra che sta avvizzendo. Rimedio infallibile: riprenda il volto dell'accoglienza e ci sarà vita nella tenda.

Per la riflessione

Quale potrebbe essere la causa di una declinazione della mistica come evasione?

Che cosa ci suggerisce la storia della tenda di Abramo?

 

 


 
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