la parola della domenica

 

Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella 8ª Domenica dopo Pentecoste
secondo il rito ambrosiano

18 luglio 2010



 

 

1Sam 8,1-22a
Sal 88
1Tm 2,1-8
Mt 22,15-22

Attraversiamo le letture di questa domenica semplicemente con l'intento di raccogliere alcune suggestioni, tra le molte che i testi potrebbero suggerire. E dobbiamo confessare che ritroveremo nei testi provocazioni di una attualità bruciante.

Vorrei iniziare dal brano del primo libro di Samuele: Samuele, uomo di Dio, si ritrova vecchio con due figli che non camminano sulle orme spirituali del padre, ma deviano dietro il guadagno: "accettavano" è scritto "regali e stravolgevano il diritto". Uno spettacolo indecoroso che si perpetua nel tempo e oggi sta, inquietante, sotto gli occhi di tutti: la corruzione. "La corruzione del diritto e della giustizia" scrive un esegeta "è la minaccia più grave di una società civile: per essa tremano persino le fondamenta della terra"(Gianantonio Borgonovo).

Dove trovare rimedio? I maggiorenti del popolo pensano che il rimedio sia avere un re. Come tutti gli altri popoli confinanti. Ma Samuele è critico nei confronti di questa soluzione, perché da sempre re di Israele è Dio. E poi? Non erano forse i padri usciti dall'Egitto, per uscire da una sottomissione? Dalla sottomissione a un re, il faraone, che si era fatto come Dio, Dio in terra? Ma questo non è un attentato a Dio?

Ebbene Dio rispetta la decisione, ma attraverso le parole del vecchio Samuele mostra quali saranno i costi di questa scelta e lo fa svelando ciò che avverrà in futuro. Il futuro, della concentrazione del potere in uno, sarà l'abuso e lo sfruttamento. Un abuso e uno sfruttamento che nel testo biblico viene sottolineato dal verbo "prendere" che martella per ben quattro volte il testo, evidenziando uno scenario che si andrà determinando a motivo di una autorità cui tutto e tutti devono sottomettersi. Il verbo "prendere": il re, il capo assoluto, "prenderà" i vostri figli per l'esercito; "prenderà" le vostre figlie per il suo harem; "prenderà" i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli, e li darà, è scritto, ai suoi ministri. "Prenderà" mano d'opera e bestiame e li adopererà nei suoi lavori, capite, per i lavori in casa sua e dei suoi cortigiani.

Voi lo capite, è una descrizione impietosa dei meccanismi e degli esiti di un potere che si arroga il diritto di essere assoluto, assoluto e insindacabile, e piega tutto e tutti ai suoi interessi. La Bibbia conosce questa facile perversione del potere, ed è estremamente critica. Forse anche per questo Paolo invitando a pregare per le autorità, ne definisce anche con precisione l'orizzonte, che è quello di creare le condizioni che favoriscano, per tutti e non solo per qualcuno, "una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio".

Ma veniamo al vangelo e alla domanda posta a Gesù per metterlo in difficoltà, una domanda-trappola. Vorrei però far notare come nel porre la domanda-trappola c'è sorprendentemente nelle parole dei suoi oppositori un riconoscimento bellissimo di una qualità che doveva spiccare in Gesù. Pensate quanto è splendido questo riconoscimento, e pensate anche quanto bello sarebbe se di noi si potesse dire altrettanto: "Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno". Non hai soggezione di alcuno, sei uno spirito libero, sei fedele, senza riserve, alla verità.

Dunque la domanda: "lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?". E Gesù sfugge alla domanda- trabocchetto, chiedendo che gli mostrino la moneta del tributo. E così facendo, in un certo senso già li svergogna, perche erano nel tempio e nel tempio le monete romane era vietato portarle, alle porte i cambiavalute consentivano di evitare la dissacrazione. Gli presentano il denaro. "Di chi è l'immagine e l'iscrizione?". "Di Cesare" gli dicono. "E allora restituite e Cesare quello che è di Cesare, ma restituite a Dio quello che è di Dio". E così Gesù limpidamente distingue e mette in guardia da possibili e pericolose commistioni tra fede e potere. Restituirai al potere terreno quanto gli è dovuto, se lavora per il bene di tutti, per la giustizia e la solidarietà. Ma non ti venderai, non venderai la tua libertà, perché, se è vero che sul denaro è impressa l'immagine di Cesare, in te è impressa invece l'immagine di Dio: siamo fatti, dice il Libro a sua immagine e somiglianza. E dunque chiamato anche tu ad assomigliare a Gesù, che non aveva soggezione di alcuno e non guardava in faccia nessuno. Gesù ci vuole liberi e mette in guardia dal pericolo della commistione e della contaminazione tra fede e potere. Non sempre ce ne siamo guardati e non sempre oggi ce ne guardiamo. Con esiti devastanti, che già aveva intravisto e deprecato Ilario di Poitiers, un padre della chiesa del quarto secolo. Che scriveva in un suo libro (Contro l'imperatore Costanzo 5):

"Combattiamo contro un persecutore insidioso, un nemico che lusinga: non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre, non ci confisca i beni per la vita ma ci arricchisce per la morte, non ci sospinge col carcere verso la libertà ma ci riempie di incarichi nella sua reggia per la servitù, non spossa i nostri fianchi ma si impadronisce del cuore, non taglia la testa con la spada ma uccide l'anima con il denaro, non minaccia di bruciare pubblicamente, ma accende la geenna privatamente. Non combatte per non essere vinto ma lusinga per dominare, confessa il Cristo per rinnegarlo, favorisce l'unità per impedire la pace, reprime le eresie per sopprimere i cristiani, carica di onori i sacerdoti [...] costruisce le chiese per distruggere la fede. Ti porta in giro a parole, con la bocca [...]."

Così Ilario di Poitiers, grande padre della Chiesa. Parole che ci chiamano con forza alla vigilanza e alla fedeltà al Vangelo.

Per la riflessione

Dove oggi vediamo pericoli di commistioni e di contaminazioni per la fede?

Dove le voci che chiamano alla fedeltà e alla vigilanza?

 

 


 
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