la parola della domenica

 

Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella Solennità dell'Ascensione del Signore
secondo il rito ambrosiano

16 maggio 2010



 

 

At 7,48-57
Sal 26
Ef 1,17-23
Gv 17,1b.20-26

Anche noi, come quei primi discepoli, rimaniamo oggi a fissare il cielo: "Mentre lo guardavano fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi". I nostri occhi non lo vedono più. Né sotto i nostri cieli né su questa nostra terra. Noi viviamo il tempo della nube: "una nube lo sottrasse ai loro occhi". Noi viviamo il tempo della sottrazione, della sottrazione allo sguardo. La stessa sottrazione che sperimentiamo ogni volta che una persona a noi cara si stacca da noi e una nube la sottrae al nostro sguardo.

Il vangelo di Luca, prima del momento in cui Gesù fu portato in alto, racconta di un Gesù risorto che vuole convincere della sua realtà i discepoli, che non vuole essere confinato tra i fantasmi: mostra le mani e i piedi, che portano segni di passione, della sua passione per questa nostra terra, e si fa dare una porzione di pesce arrostito.

Sbaglieremmo, certo, pensando che nella risurrezione si è come rianimato il suo corpo di prima. Il suo è un corpo trasfigurato, arriva per porte chiuse. Che cosa vuol dire Gesù ai suoi discepoli, e quindi anche a noi, con quella porzione di pesce arrostito? Vuole dire a loro, e quindi anche a noi, che è lui, proprio lui, che non è un indistinto spirito, è realmente lui, in tutta la sua umanità, carica di terra e di storia, carica della vicenda che lo ha appassionato e consumato quaggiù. Risorge, entra nella sfera della vita di Dio, ma con tutta la sua umanità, con tutta la sua appartenenza a questa terra.

Vi confesso che, pensando a questo, mi prendeva commozione. Penso che prenda commozione tutti noi oggi pensare che ora in Dio vive un pezzo della nostra umanità, nel mistero di Dio entra un pezzo di terra, perché colui che ascende è un uomo come noi, fatto di terra come noi, fatto di gioie e di pianto come noi, fatto di mortalità come noi, fatto di terra come noi. E tutto questo ora è ospitato in Dio. Potremmo dire che, con quel Figlio dell'uomo risorto e assunto in alto, fa il suo ingresso in cielo la terra. Ed è come se, in una certa misura, non ci fosse più la distanza tra il cielo e la terra, come se non ci fosse più un cielo senza un po' di terra. Mi sembra, almeno a me sembra, una buona, proprio buona, notizia: la terra in cielo.

Ma rimane anche un po' di cielo sulla terra. Forse ha colpito anche voi l'ultimo gesto raccontato di Gesù. Prima che la nube lo sottraesse. E' scritto: "mentre li benediceva, si staccò dalla terra e veniva portato in cielo". Ultimo gesto! Come se rimanesse impigliata alla terra la sua benedizione. Inestricabilmente impigliata. Ma non per un gesto liturgico. Che tra l'altro, costerebbe così poco! Ma perché lui, Gesù è stato una benedizione per la nostra terra, la "grande" benedizione per questa terra. I padri, lasciando, benedicevano. Lui si lascia in una benedizione. Che continua. Perché lui, risorto e asceso ai cieli, non è da cercare tra i morti, è il vivente. E dunque attraverso il suo Spirito rimane in mezzo a noi.
Tocca a noi far rivivere quella benedizione sulla terra, quella benedizione che è stata per questa terra la sua vita e la sua morte. Farla rivivere su tutta la terra, "fino ai confini della terra".

Farla rivivere come? Attraverso la testimonianza della nostra vita. "Testimoni", notate, e non affabulatori. E dunque non attraverso una moltitudine di parole e di documenti, ma attraverso una vita in cui sia impigliato qualcosa di Gesù, qualcosa dei suoi pensieri, delle sue passioni, delle sue parole e dei suoi gesti. Compito emozionante: "Mi sarete testimoni". Mi chiedo: io lo sono? In me è rimasto impigliato qualcosa di lui?
E il compito di essere testimoni è affidato a tutti . Ce lo ha ricordato l'autore della lettera agli Efesini: "a ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo". Nelle condizioni di vita, le più diverse, quelle di ciascuno.

Un compito, questo di essere testimoni, affidato a ciascuno di noi nonostante le nostre inadeguatezze, nonostante le nostre fatiche a capire e a vivere, di conseguenza, il vangelo.

Non so se avete notato come, proprio nel giorno della sua assunzione al cielo, Gesù, poco prima di lasciarli, si trova davanti un gruppo di discepoli che ha capito così poco! E sono lì, ancora una volta - è sconcertante, ma neanche troppo, se pensiamo a noi - sono lì con l'idea fissa, l'ossessione di ricostituire un regno. Ma che cosa avevano capito, dopo tutto quello stare con lui? Chiedono: "Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele". E lui: "Non il regno, la testimonianza". Parola da mettere a memoria. Anche oggi. Lungo i tempi siamo andati lontano, quanto lontano, da questa sua indicazione, ultima indicazione. A memoria. Quanto lontano, da quando, dopo pochi secoli, abbiamo cercato di copiare i modelli mondani dell'impero, di vestirci e di imporci alla maniera del mondo. Siamo andati in cerca di potere, di manifestazioni grandiose, di celebrazioni di noi stessi. Alla maniera del mondo. In cerca di appoggi mondani, quando lui ci aveva consegnato un altro appoggio, quello dello Spirito. Non quello dell'urlo o della forza, quello dello Spirito: essere donne e uomini spirituali. Essere testimoni, e dunque parlare con la vita, una vita in cui sia rimasto impigliato qualcosa di lui.

Ci porti su queste vie lo Spirito. Che Gesù ci ha promesso e che, insieme, in questi giorni che ci conducono a Pentecoste, invocheremo.

Per la riflessione

Siamo donne e uomini dello Spirito? Diamo segno di una Chiesa "dello Spirito"?

Quale a nostro avviso la testimonianza più carente oggi? Quella più urgente?

 

 


 
stampa il testo
salva in  formato rtf
Segnala questa pagina ad un amico
scrivi il suo indirizzo e-mail:
 
         
     

 
torna alla home