la parola della domenica

 

Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella Domenica delle Palme
secondo il rito ambrosiano

28 marzo 2010



 

 

Is 52,13-53,12
Sal 87
Eb 12,1b-3
Gv 11,55-12,11

Mentre la liturgia di rito romano nel giorno delle Palme propone i vangeli della Passione, fino all'intenerimento del corpo calato dalla croce e deposto nella tomba, la liturgia ambrosiana in questa domenica, sembra quasi presa dal desiderio di rivivere ciò che avvenne il primo giorno di quella settimana, che poi fu chiamata "autentica", quasi si radunasse, in una settimana come quella, la vita al più alto grado di autenticità, come se nulla vi fosse di più intensamente umano, nulla di più degno di essere rivissuto, nella storia e sulla terra.

La lettura del profeta dell'esilio penso sia risuonata, questa mattina, nel cuore di tutti noi come profezia di un mistero che da un lato ci interroga e dall'altro ci sfugge, il mistero del prezzo. Il prezzo di dolore e di sfigurazione pagato dall'innocente, dagli innocenti della storia e dal giusto per eccellenza, Gesù, lui che, dice la lettera agli Ebrei, "di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore e siede alla destra del trono di Dio".

E l'invito nella lettera agli Ebrei è a tener fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla nostra fede. Contemplate, sembra dire l'autore della lettera agli Ebrei, contemplate la sua fede. Forse si è parlato poco della fede di Gesù, della sua fede messa alla prova drammaticamente nei giorni della sua passione e della sua morte, una fede che sudò sangue e paura nell'orto del Getsemani. Eppure Gesù, anche se abbandonato dagli uomini e apparentemente da Dio, non venne meno. Non venne meno nella sua fiducia in un Dio che ha il potere di mutare in gloria anche l'abisso più desolato, quello di una morte di disonore, la morte di croce.

"Tenete fisso lo sguardo su Gesù": invita la lettera agli Ebrei e sembra di cogliere un appello per i giorni che ci attendono. Lo faremo, io ne sono certo! Ci ritaglieremo in questi giorni un tempo per tenere fisso lo sguardo. E gli occhi, lasciatemelo dire, siano gli occhi di Maria di Betania, il suo sguardo per l'amico. Ci sia dato, ce lo auguriamo, di avere occhi capaci, dopo anni, di stupirci e di sostare, ancora una volta, al mistero, il mistero dell'eccedenza. Qui qualcosa eccede. Chiamati dunque anche noi ad assistere a un eccesso, l'eccesso evocato dal profumo costosissimo di Maria.

E' come se la donna avesse inventato con quel suo profumo una parabola, quasi volesse raccontare con quel profumo, che le era costato un patrimonio, a quelli che erano nella casa e stamattina a tutti noi, il mistero della dismisura, dell'eccedenza. Fuori dai canoni e da ogni misura l'amore del suo amico e maestro! Come fuori dai canoni e da ogni misura quel profumo con cui gli cospargeva i piedi, fuori dai canoni e da ogni misura i suoi capelli con cui glieli asciugava teneramente.

Anche noi sosteremo alla dismisura della donazione di Gesù. E chi di noi avrà capito non potrà nella vita non avere gesti che raccontano l'eccedenza, lo spreco dell'amore, la dismisura. E dove succede questo e quando succede questo, dove si esce e quando si esce dalla mentalità del calcolo, allora c'è profumo: "e tutta la casa si riempì dell'aroma di quel profumo". C'è profumo dentro di te, c'è profumo nella casa, c'è profumo nella società, c'è profumo nella chiesa, c'è profumo nella vita.

In gesti, vorrei aggiungere, silenziosi. Non c'è nel racconto una parola che è una di Maria. Ma c'è profumo. Forse anche per questo oggi c'è così poco profumo, siamo invasi da parole e spesso parole che sbandierano il bene comune mentre sottendono nascosti interessi. E dove c'è calcolo, dove il calcolo viene ammantato di bene comune, come succede a Giuda, c'è odore di morte, di morte di noi stessi, della società, della chiesa. Non è forse scritto nella prima lettera di Giovanni: "Chi non ama rimane nella morte", porta nella vita un'aria di morte, anche se cerca di incantare? (1 Gv 3,14).

Sono due mondi e noi possiamo, quasi senza avvedercene, passare dall'uno all'altro. Sono due mondi che intersecano la storia. E li trovi puntualmente, li puoi sorprendere nel racconto della cena di Betania. Fa impressione questa varia umanità che pulsa, o meglio, non pulsa, intorno alla donna: la folla a cui interessa il miracolato, i capi religiosi cui interessa la loro immagine e il loro potere, Giuda cui interessano i soldi, Marta cui interessa fare, servire, ma non si chiede di che cosa ha bisogno l'amico e che groppo lui si porti nel cuore. All'inizio del racconto e alla fine il cattivo odore della morte: vogliono toglierlo di mezzo. Volti spenti, immobili nei loro riti interessati, senza eccessi e senz'anima. Non è lì il profumo di una umanità autentica.

E dentro questa coreografia buia, quasi miracolo Gesù e la sua amica. Lì c'è profumo. C'è la sapienza del vivere, la sapienza di un unguento, che profuma proprio nell'atto di schiudersi e di darsi e non nell'atto di chiudersi e di tenersi. E' la sapienza su cui fissare lo sguardo, contro le predicazioni del calcolo, dell'interesse, della chiusura. Fuori è la stoltezza da cui ci mette in guardia il Cantico dei Cantici, quando ci ricorda che vendere l'amore per quattro soldi o per un barlume della propria immagine, vendere l'amore per qualcos'altro è operazione di inimmaginabile insipienza: "Se uno" scrive il Cantico "desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell'amore non ne avrebbe che disprezzo" (Ct 8,7).

I passi ci conducano alla Pasqua. Là troveremo scritta, a caratteri di sangue e di fuoco, la sapienza nuova. Che profuma la casa e la terra.


Per la riflessione

Dove oggi i gesti che raccontano la dismisura, l'eccesso e lo spreco dell'amore?

L'educazione religiosa, e l'educazione in genere, sono educazione alla dismisura, a dare gratuitamente o educazione a trattenere e a trattenersi? Quali le strade per uscire dall'inganno del calcolo, dell'interesse magari mascherato di politiche per il popolo?

Gesù dice: "i poveri li avrete sempre con voi". Non è forse vero che a volte decidiamo e viviamo è operiamo come se i poveri non ci fossero più? Non ci direbbe forse Gesù, che oggi in sua assenza il profumo va dato a loro?

 

 


 
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