la parola della domenica

 

Anno liturgico B
omelia di don Angelo nella Domenica dell'Incarnazione
secondo il rito ambrosiano


18 dicembre
2011



 

 

Is 62,10-63,3b
Sal 71
Fil 4,4-9
Lc1,26-38a

L'hanno chiamata domenica dell'incarnazione. Quasi un portale che oggi attraversiamo, un portale che conduce alla memoria della nascita del Signore. Nato per noi. Quindi anche per me.

Devo confessare che questo racconto dell'annunciazione, più volte evocato dalla nostra Liturgia, e più volte raccontato a me nella vita lungo il corso degli anni, dei molti anni che mi porto sulle spalle, corre un grave pericolo, quello di scolorire nella perdita dello stupore. Lo stupore che deve aver provato la ragazzina, l'adolescente di Nazaret, chiamata Miriam, Maria, nel giorno dell'angelo. Lo stupore di un Dio che, fuoriesce, perdonate il verbo, dai suoi cieli, dai piani alti e chiede abitazione sulla terra, chiede a lei abitazione nel suo corpo, nel suo piccolo tenero grembo. E così farsi uomo.

Corriamo il pericolo di non più stupirci, ve lo dico perché questo pericolo lo corro io. E' cosa inaudita, pensate, inaudita per tutte le religioni che hanno assolutizzato la trascendenza di Dio sino a raccontarla come distanza, come inaccessibilità, per tutte le fedi che hanno raccontato l'esperienza religiosa come sforzo titanico di scalata: qui assistiamo a una discesa, una discesa di Dio, in umanità.

Spesso sul mistero dell'incarnazione si consumano giorni e anni a discutere come un Dio possa farsi uomo, non dico che non serva, ma forse, per come sono fatto io, mi è più caro invece sostare alla buona notizia: che lui abbia cancellato la distanza, che lui a uno come me, che non sono uomo di scalate spirituali, non abbia chiesto di scalare i cieli per toccarlo, ma che sia sceso lui a toccarmi, a toccarmi nella mia carne, nella mia umanità. E' notizia da stupore. Quando la ricordo mi mette gioia e mi mette in movimento, proprio su questa terra.

Perdonate la mia discutibile interpretazione: così buona notizia questa - di un Dio che si fa uomo - che l'angelo inizia il dialogo con un "rallegrati". Tra parentesi, dobbiamo anche rallegrarci che finalmente le nostre versioni abbiamo tradotto con "rallegrati" ciò che in modo spento traducevamo con un "ti saluto", quasi a dire "buon giorno Maria". No, ?????, "rallegrati". Parola all'inizio, Qualcuno ha scritto: "All'inizio era la gioia e la Gioia era presso Dio, e la Gioia era Dio".

Rallegrati per questa pensata di Dio, per questa sua fantasia. Fantasia per sovraccarico di amore. Quando si ama veramente, le si pensa tutte. Dio è arrivato a pensare questo: l'incarnazione. Tra parentesi, un po' da bastiancontrario, a volte penso che dovremmo usare vocaboli diversi, perché non so immaginare che cosa pensi uno non abituato al nostro gergo, quando si sente dire "incarnazione" di Dio, forse capirebbe di più se si sentisse dire che Dio si è fatto uomo in carne ed ossa come noi.

Ma ritornando al racconto di Luca vorrei dire di Miriam, la ragazzina di Nazaret, vorrei dire che, dopo il suo stupore, chiese conto. Che buona notizia che sia una donna a chiedere conto. Allora per lo più le donne non potevano chiedere conto. Decidevano gli uomini. Che al mattino ringraziavano Dio di non averli creati donna.

Che una donna chieda conto e chieda conto a quell'età, è sorprendente: "Maria allora disse all'angelo: Come avverrà questo, dal momento che non conosco uomo?". Ci sembra di capire che Maria, da persona trasparente qual era, sentisse di dovere delle spiegazioni, di quanto stesse accadendo, a Giuseppe, con cui, sottoscrivendo il contratto matrimoniale, già era avvenuta la prima tappa del matrimonio, cui sarebbe seguita la seconda, nel momento in cui sarebbero andati a convivere insieme.

A volte si raffigura Maria, mi sembra arbitrariamente, come una donna sottomessa, ma a tal punto sottomessa da renderla alla fin fine pallidamente passiva, senza reazioni o sussulti. La ragazza di Nazaret chiede conto. Il suo sì, il suo sì a una gravidanza fuori delle regole, a una gravidanza che le avrebbe provocato non poche occhiate di disistima, lo dà, ma dopo che, alla sua richiesta, l'angelo le avrà ricordato le possibilità inimmaginabili di Dio, un Dio dentro le nascite, dentro le nascite insperate. La lettura liturgica purtroppo ha cancellato il tempo dell'annuncio dell'angelo con un generico "in quel tempo". Luca invece inizia: "al sesto mese". Al sesto mese della gravidanza di una donna, Elisabetta che tutti ritenevano sterile, sfiorita.

Siamo, e anche questa è una buona notizia, in un contesto di nascite, come a dire che Dio è là dove inizia qualcosa e può trarre nascite dal grembo avvizzito di Elisabetta come da quello tenero di Maria. E dunque presta anche tu quello che sei, prestalo perché nasca qualcosa, anche in situazioni che sembrano impossibili.

Presta la tua vita per una umanizzazione. Anche questa settimana abbiamo assistito a episodi che ci hanno fatto vergognare di essere uomini. Il pensiero corre a due città, Torino e Firenze.

Forse potremmo chiederci perché Dio si incarni, o, meglio, perché si faccia uomo, in carne ed ossa come noi. E all'antica risposta "per divinizzarci", penso potremmo legittimamente e provvidenzialmente oggi aggiungere: "Si è fatto uomo perché noi divenissimo umani". E ricordarcelo in giorni in cui ci sembra di esserlo così poco! Ce lo ricorda il teologo protestante Paolo Ricca, quando scrive: "Dio si è fatto uomo perché noi non eravamo ancora uomini".

E dentro questo augurio - l'augurio che, fedeli a un Dio che si è fatto umano, noi si possa finalmente fiorire in umanità - vorrei leggere l'invito di Paolo ai cristiani di Filippi, lui che collega il Dio vicino con l'invito sorprendente a una qualità che sembra così poco predicata e onorata, la virtù della amabilità. O, se volete, della gentilezza: "La vostra gentilezza sia nota a tutti. Il Signore è vicino".

"Imparate da me" sembra dire Paolo "a essere umani". Non lo diremmo di noi: "imparate da me". E non ce ne voglia Paolo se noi le sue parole le poniamo in bocca a Gesù, stanno ancor meglio: "In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ascoltato e veduto in me, mettetelo in pratica. E il Dio della pace sarà con voi".

"Le cose che avete visto in me", dice Gesù "mettetele in pratica. Io mi sono fatto umano, perché voi possiate diventare più umani".

Per la riflessione

Non è forse sempre in agguato il pericolo di una fede come passività?
In che cosa disumani e in che cosa più umani?

 

 


 
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