la parola della domenica

 

Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella V Domenica di Quaresima
secondo il rito ambrosiano

21 marzo 2010



 

 

Dt 6,4.26-5-11;
Sal 104
Rom 1,18-23
Gv 11,1-53

È l'ultimo segno di Gesù, l'ultimo nel libro dei segni dell'evangelista Giovanni. Poi inizia il racconto del "segno dei segni", la Passione Morte e Risurrezione di Gesù. E noi tutti questa mattina da questo racconto usciremo. Usciremo verso il settimo giorno. Verso il compimento. Che è la vittoria sulla morte, la Pasqua.

Uscire è un verbo che costella in modo sorprendente, quasi un refrain sotterraneo, le letture di questa domenica. Cominciando dal libro del Deuteronomio che trascrive gesti e preghiera dell'ebreo, che porta al tempio i primi frutti del suo raccolto. Ora non è più nomade, coltiva campi, ma nel cuore gli rimormora la gratitudine per l'uscita: suo padre era un arameo errante. Sceso in Egitto vi rimase come un forestiero, trattato, da stranero, come schiavo - storia che si ripete, mi direte, ai nostri giorni - maltrattato, umiliato. Ma Dio ascoltò il grido e fece "uscire" quel popolo dall'Egitto. "Fece uscire": sembra quasi di assistere al verbo di Dio: "far uscire"! Ebbene in quei primi frutti della terra, che l'ebreo, da laico, offre nel tempio, c'è la voce della gratitudine. Come, penso, ci sia gratitudine in queste ore della domenica in cui ci raduniamo.
Ma nei primi frutti, lasciate che io interpreti così, c'è anche tutto il senso della provvisorietà: ci saranno altri frutti, ne seguiranno altri e fino a quando? Siamo nella terra, promessa ai nostri padri, ma è terra da coltivare e quindi di fatica. Ci sarà ancora uscita verso un'altra terra? E non dovremmo forse ricordare a noi stessi che questa discendenza da un arameo errante ce la portiamo scritta nella carne e nel sangue? E che, pur essendoci ora stanziati in una terra, rimaniamo erranti e chiamati ad uscire: "Lazzaro vieni fuori". Uscì. Uscì, diremmo, come in una terra promessa. "Se credi, vedrai la gloria di Dio". Ma la nuova vita di Lazzaro era, lasciatemi dire, solo una primizia della Terra promessa. Per quanto ancora sarebbe vissuto? E poi ci sarebbe stata nuova uscita?

Anche quando nasciamo, usciamo. Usciamo da grembi. Ed è la bellezza di essere messi alla luce, ma contemporaneamente è avventura di essere messi nella fatica del vivere, nella condizione della provvisorietà. C'è, voi lo intuite, dentro il racconto di Giovanni tutto il mistero della fragilità della vita e dell'aggressione della morte, mistero che segna la vita di Lazzaro, ma anche quella di Gesù: perché, proprio a causa di quel segno di vita, ci fu nuovo complotto. E quasi si misero fretta, di farlo morire: perdevano potere, gli indici di gradimento, i sondaggi erano in netta discesa, ogni mezzo è buono pur di eliminarlo. Il paradosso di una morte, quella di Gesù, affrettata dalla sua passione per la vita di un amico. Dentro il racconto dilagano, più o meno forti, queste domande, che sono anche le nostre, sulla morte: ora nei discepoli, ora in Marta e Maria, ora nella gente. Domande che, quando non sono accademiche, sono anche pianto. Il pianto di Maria, il pianto di Gesù, il pianto dell'amicizia. È un po' quello che succede nella vita, nelle nostre case, quando si spezza questo filo e ci si stringe a reggere il furto, la rapina della morte e non ce n'è altra che regga il paragone con questa. La vita custodisce questo paradosso: la bellezza del vedere, ma "il vedere" ha scritto qualcuno "è, prima o tardi, il vedere finire, il vederci finire", la vita è entrare ma anche uscire. E anche noi, come comunità cristiana, non diversamente da Marta e Maria ci ritroviamo a patire, e come non potremmo, il dolore, l'angoscia del distacco, a patire le domande: "Signore, se tu fossi stato qui", a patire il pianto di Maria e di Gesù. Lui, che non era, per grazia, Dio dagli occhi asciutti. Siamo sulla soglia di questo mistero. Tutti usciamo verso questo luogo, quasi volessimo interrogarlo, il luogo della morte. Gli esegeti fanno notare come nel racconto di Giovanni tutti escono, quasi per un convenire: Gesù e i suoi discepoli dalla Transgiordania, i giudei da Gerusalemme, Marta dal villaggio, Maria dalla casa. Quasi un convenire sul luogo della massima rapina, del più doloroso dei furti, la morte. Ma quasi inconsciamente, parallelamente, tutti convergiamo verso un altro luogo, quel luogo ha nome Gesù e Gesù ha un altro nome, sentitelo: "Io sono la risurrezione e la vita". Noi rimaniamo al suo pianto, o forse arriviamo alla sua preghiera, lui ha un grido: "gridò a gran voce: Lazzaro, vieni fuori!". Al suo grido, "il morto uscì".

Nella pagina dell'Antico Testamento era scritto che "Dio udì il grido del suo popolo oppresso". E se un Dio ode il grido, se noi come lui udiamo il grido, c'è da sperare. Qui invece a gridare fu Dio, tutti l'udirono. E se Dio grida e alza il suo grido contro la morte, che di tutte le schiavitù e la più devastante, allora c'è da sperare. Perché così il Dio delle uscite diventa il Dio di un ulteriore uscita. Dell'ultima uscita. Dalla morte. Ma forse, a ben pensare, a indurci ancor più a sperare, dobbiamo confessarlo, è quel prezzo. Se quel grido aveva il prezzo della morte, della sua morte e lui non si è ritratto, allora giustamente possiamo sperare. E tutto allora sembra tenere: un amore simile, non potrà essere soffocato in nessuna tomba: "Chi ama" è scritto "passa dalla morte alla vita". Noi usciamo e andiamo. Verso la settimana dove ci sarà dato contemplare.

Per la riflessione

I nostri pensieri e le nostre domande sulla fragilità e la provvisorietà della vita
I nostri pensieri e le nostre domande sul morire
I nostri pensieri sulle amicizie di Gesù e sulle nostre

 

 


 
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