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Is
60,13-14
Sal 86
Rm 9,21-26
Mt 15,21-28
Una
buona notizia è che Dio è per il cambiamento. Non è vero che tutto sia
così immobile. Lui è per una svolta. Anzi paradossalmente - e spero di
non scandalizzare nessuno - cambia anche Dio. Lo diciamo sottovoce, perché
immagino che gli uomini della metafisica o quelli delle teologie ferme
forse avrebbero qualcosa da ridire su un Dio che cambia. Ma noi stiamo
ai testi delle Scritture sacre che questa mattina abbiamo ascoltato.
E vorrei sfiorare il brano del lontano discepolo di Isaia, che esce in
una di quelle profezie, che ti fanno alzare la testa. Racconta di cipressi,
olmi ed abeti che arriveranno a Gerusalemme per abbellire il santuario.
Ma questo era già avvenuto ai tempi del re Salomone. Che cosa c'è invece
di nuovo? Dove è la svolta? La novità, la svolta riguarda gli uomini.
Perché ogni vera novità più che dalla trasformazione delle cose viene
dalla trasformazione degli essere umani. E infatti che cosa succederà
secondo la parola del profeta? Succederà che i figli di coloro che erano
stati gli oppressori di Israele verranno alla grande città "in atteggiamento
umile": "ti chiameranno città del Signore, Sion del Santo di Israele".
Si passa da una città di conflitto a una città di convivenza pacifica,
per tutti.
E nel salmo veniva evocata la figura di uno scrivano: Dio scrivano, che
segna nomi nel registro dei popoli. E segna gente di Filistea, di Tiro
ed Etiopia, dà la cittadinanza a tutti per la grande città. È bellissimo.
"Il Signore registrerà nel libro dei popoli: "La costui è nato". E danzando
canteranno: "Sono in te tutte le mie sorgenti". E' in questa svolta dunque,
dal conflitto all'accoglienza, la vera svolta, propiziata, diremmo, da
un atteggiamento umile, che evoca il dimorare in rispetto, gli uni verso
gli altri. Dio è per questo cambiamento che permette di essere iscritti
tutti nella cittadinanza, la cittadinanza di Dio e degli uomini.
Ma di cambiamento - permettete che lo chiami così - cambiamento questa
volta di Dio, parla anche il brano della lettera ai Romani. Avrebbe avuto
tutto il diritto di "manifestare la sua ira e far conoscere la sua potenza"
ed ecco invece "ha sopportato con grande magnanimità gente meritevole
di collera". Dalla collera, dunque, alla magnanimità. Non si lascia rinchiudere
nell'ira. A fronte del rifiuto di una parte di Israele nei confronti di
Gesù di Nazaret, ecco che Dio apre ad altri popoli, senza mai strappare
la sua alleanza con Israele. E ancora una volta il cambiamento di strategia
è nel senso dell' allargare: "Chiamerò mio popolo quello che non era mio
popolo". Mi ha molto colpito questo versetto, questo Il cambiamento di
Dio, che dovrebbe essere il cambiamento dei suoi figli. Io dovrei ripetermelo,
oggi più di ieri: "chiamerò mio popolo quello che non era mio popolo".
Poi ci saranno le leggi della convivenza, della buona cittadinanza, ma
lo sguardo è questo: "chiamerò mio popolo quello che non era mio popolo".
Posso credere nel cambiamento? Nel cambiamento del mio sguardo?
E sfioro questo che è uno tra i brani più commoventi e più intriganti,
uno tra quelli che mi sono più cari, dei vangeli, quello della donna dei
cagnolini, la donna pagana che difende il diritto alle briciole da parte
dei cagnolini. "Partito di là" è scritto "Gesù si ritirò verso la terra
di Tiro e di Sidone". "Si ritirò", il verbo greco richiama la figura dell'
"anacoreta". Come se Gesù - che svolta! - volesse per un po' fare l' anacoreta,
e va a farlo in terra di pagani. Ma da dove veniva? Veniva dalla sua terra,
da una discussione dura, accesa, da scontro, con gli uomini delle tradizioni,
che se l'erano presa a morte, perché i suoi discepoli mangiavano il pane
senza prima essersi lavate le mani. Come dicessero: "Da noi non si fa
così!". E Gesù confligge aspramente contro questa mentalità chiusa. Poi
cambia aria.
Ed ecco una donna cananea, che gli grida tutta la sua sofferenza per sua
figlia che è come in preda a un nodo terribile che dentro la opprime.
E Gesù come reagisce? In modo diremmo sconcertante, prima tace, poi anche
lui pone, in qualche modo, una distanza, obbedendo quasi a una limitazione:
"non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele".
E dov'era finito il sogno della universalità? Dunque anche lui doveva
in qualche modo cambiare registro. Doveva capire, doveva entrare nell'ordine
di idee che la sua missione non poteva essere solo "per le pecore perdute
della casa di Israele", ma anche per tutta l'umanità.
Ebbene chi fu in quell'ora la protagonista del cambiamento, della sua
conversione, del suo allargamento di visione fino a raggiungere uno sguardo
ecumenico, universale? Gesù, vedete, era giunto a uno snodo nella sua
missione. Ebbene il passaggio - pensate lo scandalo e lo sconcerto - il
passaggio, la svolta gliela provocò sorprendentemente una donna. Che già,
per i rabbini, una donna non contava niente, nemmeno potevi leggerle le
Scritture sacre! Per di più una pagana! Ebbene, la svolta gliela propiziò
una pagana. Con la storia dei cagnolini: "È vero, Signore, è vero
noi siamo dei cagnolini, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono
dalla tavola dei loro padroni". Che erano parole di alta teologia! Un
Dio, e un Messia, che ai cagnolini rifiutasse le briciole, che Dio, che
Messia sarebbe? Giustamente uno direbbe: "Se lo tengano loro un Dio, un
Messia così". Alta teologia quella della donna, vera teologia, teologia
concreta, lontana dalle fumoserie di tante disquisizioni dei palazzi,
da tanti modi ristretti di pensare, vera teologia della donna dei cagnolini.
Teologia che converte, le altre non convertono nessuno! Teologia spicciola
che quel giorno provocò la conversone di Gesù, la sua svolta. Perché Dio
non è fermo, anche lui si mette in cammino. Ha ascoltato la voce, le parole
di una pagana , è rimasto ammirato: "Donna grande è la tua fede!" e si
è messo in cammino! Verso una terra non di esclusioni, ma di inclusione
per tutti.
A volte mi capita di pensare, ma per me stesso, che alla radice dei nostri
non cambiamenti, delle nostre situazioni immobili, della nostra incapacità
a provocare una svolta ci sia il fatto che non sappiamo guardare fuori
e ascoltare le voci in terra pagana, fuori dalla nostra terra. Non ci
lasciamo convertire dai cagnolini.
Per la riflessione
Che
cosa comporta chiamare un popolo "altro": "mio popolo"?
Dove la resistenza ai cambiamenti?
Dove mai Gesù legge "grande fede"? E noi dove la mettiamo la "grande fede"?
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