la parola della domenica

 

Anno liturgico B
omelia di don Angelo nella V Domenica dopo l'Epifania
secondo il rito ambrosiano


5 febbraio 2012



 

 

Is 60,13-14
Sal 86
Rm 9,21-26
Mt 15,21-28

Una buona notizia è che Dio è per il cambiamento. Non è vero che tutto sia così immobile. Lui è per una svolta. Anzi paradossalmente - e spero di non scandalizzare nessuno - cambia anche Dio. Lo diciamo sottovoce, perché immagino che gli uomini della metafisica o quelli delle teologie ferme forse avrebbero qualcosa da ridire su un Dio che cambia. Ma noi stiamo ai testi delle Scritture sacre che questa mattina abbiamo ascoltato.
E vorrei sfiorare il brano del lontano discepolo di Isaia, che esce in una di quelle profezie, che ti fanno alzare la testa. Racconta di cipressi, olmi ed abeti che arriveranno a Gerusalemme per abbellire il santuario. Ma questo era già avvenuto ai tempi del re Salomone. Che cosa c'è invece di nuovo? Dove è la svolta? La novità, la svolta riguarda gli uomini. Perché ogni vera novità più che dalla trasformazione delle cose viene dalla trasformazione degli essere umani. E infatti che cosa succederà secondo la parola del profeta? Succederà che i figli di coloro che erano stati gli oppressori di Israele verranno alla grande città "in atteggiamento umile": "ti chiameranno città del Signore, Sion del Santo di Israele". Si passa da una città di conflitto a una città di convivenza pacifica, per tutti.
E nel salmo veniva evocata la figura di uno scrivano: Dio scrivano, che segna nomi nel registro dei popoli. E segna gente di Filistea, di Tiro ed Etiopia, dà la cittadinanza a tutti per la grande città. È bellissimo. "Il Signore registrerà nel libro dei popoli: "La costui è nato". E danzando canteranno: "Sono in te tutte le mie sorgenti". E' in questa svolta dunque, dal conflitto all'accoglienza, la vera svolta, propiziata, diremmo, da un atteggiamento umile, che evoca il dimorare in rispetto, gli uni verso gli altri. Dio è per questo cambiamento che permette di essere iscritti tutti nella cittadinanza, la cittadinanza di Dio e degli uomini.

Ma di cambiamento - permettete che lo chiami così - cambiamento questa volta di Dio, parla anche il brano della lettera ai Romani. Avrebbe avuto tutto il diritto di "manifestare la sua ira e far conoscere la sua potenza" ed ecco invece "ha sopportato con grande magnanimità gente meritevole di collera". Dalla collera, dunque, alla magnanimità. Non si lascia rinchiudere nell'ira. A fronte del rifiuto di una parte di Israele nei confronti di Gesù di Nazaret, ecco che Dio apre ad altri popoli, senza mai strappare la sua alleanza con Israele. E ancora una volta il cambiamento di strategia è nel senso dell' allargare: "Chiamerò mio popolo quello che non era mio popolo". Mi ha molto colpito questo versetto, questo Il cambiamento di Dio, che dovrebbe essere il cambiamento dei suoi figli. Io dovrei ripetermelo, oggi più di ieri: "chiamerò mio popolo quello che non era mio popolo". Poi ci saranno le leggi della convivenza, della buona cittadinanza, ma lo sguardo è questo: "chiamerò mio popolo quello che non era mio popolo". Posso credere nel cambiamento? Nel cambiamento del mio sguardo?
E sfioro questo che è uno tra i brani più commoventi e più intriganti, uno tra quelli che mi sono più cari, dei vangeli, quello della donna dei cagnolini, la donna pagana che difende il diritto alle briciole da parte dei cagnolini. "Partito di là" è scritto "Gesù si ritirò verso la terra di Tiro e di Sidone". "Si ritirò", il verbo greco richiama la figura dell' "anacoreta". Come se Gesù - che svolta! - volesse per un po' fare l' anacoreta, e va a farlo in terra di pagani. Ma da dove veniva? Veniva dalla sua terra, da una discussione dura, accesa, da scontro, con gli uomini delle tradizioni, che se l'erano presa a morte, perché i suoi discepoli mangiavano il pane senza prima essersi lavate le mani. Come dicessero: "Da noi non si fa così!". E Gesù confligge aspramente contro questa mentalità chiusa. Poi cambia aria.

Ed ecco una donna cananea, che gli grida tutta la sua sofferenza per sua figlia che è come in preda a un nodo terribile che dentro la opprime. E Gesù come reagisce? In modo diremmo sconcertante, prima tace, poi anche lui pone, in qualche modo, una distanza, obbedendo quasi a una limitazione: "non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele". E dov'era finito il sogno della universalità? Dunque anche lui doveva in qualche modo cambiare registro. Doveva capire, doveva entrare nell'ordine di idee che la sua missione non poteva essere solo "per le pecore perdute della casa di Israele", ma anche per tutta l'umanità.
Ebbene chi fu in quell'ora la protagonista del cambiamento, della sua conversione, del suo allargamento di visione fino a raggiungere uno sguardo ecumenico, universale? Gesù, vedete, era giunto a uno snodo nella sua missione. Ebbene il passaggio - pensate lo scandalo e lo sconcerto - il passaggio, la svolta gliela provocò sorprendentemente una donna. Che già, per i rabbini, una donna non contava niente, nemmeno potevi leggerle le Scritture sacre! Per di più una pagana! Ebbene, la svolta gliela propiziò una pagana. Con la storia dei cagnolini: "È vero, Signore, è vero noi siamo dei cagnolini, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni". Che erano parole di alta teologia! Un Dio, e un Messia, che ai cagnolini rifiutasse le briciole, che Dio, che Messia sarebbe? Giustamente uno direbbe: "Se lo tengano loro un Dio, un Messia così". Alta teologia quella della donna, vera teologia, teologia concreta, lontana dalle fumoserie di tante disquisizioni dei palazzi, da tanti modi ristretti di pensare, vera teologia della donna dei cagnolini. Teologia che converte, le altre non convertono nessuno! Teologia spicciola che quel giorno provocò la conversone di Gesù, la sua svolta. Perché Dio non è fermo, anche lui si mette in cammino. Ha ascoltato la voce, le parole di una pagana , è rimasto ammirato: "Donna grande è la tua fede!" e si è messo in cammino! Verso una terra non di esclusioni, ma di inclusione per tutti.
A volte mi capita di pensare, ma per me stesso, che alla radice dei nostri non cambiamenti, delle nostre situazioni immobili, della nostra incapacità a provocare una svolta ci sia il fatto che non sappiamo guardare fuori e ascoltare le voci in terra pagana, fuori dalla nostra terra. Non ci lasciamo convertire dai cagnolini.


Per la riflessione

Che cosa comporta chiamare un popolo "altro": "mio popolo"?
Dove la resistenza ai cambiamenti?
Dove mai Gesù legge "grande fede"? E noi dove la mettiamo la "grande fede"?

 

 


 
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