la parola della domenica

 

Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella 5ª Domenica dopo Pentecoste
secondo il rito ambrosiano

27 giugno 2010



 

 

Gn 18,1-2a.16-23
Sal 27
Rm 4,16-25
Lc 13,23-29

C'è un nome che, come filo rosso, lega le tre letture di questa domenica. Il nome di Abramo. "Il nostro padre Abramo" siamo soliti dire. Lo riconoscono padre i gli ebrei, i cristiani, i musulmani. Ma Paolo che scriveva ai cristiani di Roma sembra quasi allargare ancor più la discendenza di Abramo, perché non la lega a una identità di razza o di religione, ma alla fede.

Che ci affascina di Abramo è quel suo affidarsi a Dio, alla voce di Dio. Un Dio che non sta con le cose morte. Motivo per cui Abramo non si arrende. Ecco, fede è "non arrendersi". Nemmeno davanti a ciò che noi chiamiamo "evidenza". Riascoltiamo queste bellissime parole di Paolo: "Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già morto il proprio corpo - aveva circa cento anni - e morto il seno di Sara. Di fronte alla promessa di Dio non esitò".

Fede è non arrendersi, fidando nella promessa di Dio. Per questo la discendenza di Abramo travalica i confini. Rileggendo il brano della lettera di Paolo mi è venuto spontaneo pensare a tutte le donne e gli uomini che sulla terra e lungo i secoli non si sono arresi, discendenza di Abramo, hanno resistito nella speranza, ancorché l'evidenza dei fatti parlasse di situazioni morte, irrimediabilmente morte, senza speranza. Ma mi è venuto anche spontaneo chiedermi se io, che mi definisco credente, ho la stoffa autentica della fede, se non mi arrendo alle forze di morte, se resisto. Comunque.

Di fronte alla sconfinata discendenza di Abramo qualcuno potrebbe avanzare riserve opponendo il brano del vangelo di Luca che oggi parlava di porta stretta. Ma, vedete, già fare questione di numeri è porre una domanda corta in partenza, primo perché è operazione di corto respiro, secondo perché, così facendo, non perdiamo il vizio di fare la domanda sulla pelle degli altri e non sulla nostra. Infatti Gesù ancora un volta ci sconcerta perché parla prima di porta stretta, poi alla fine parla di una moltitudine a perdita d'occhi. Dunque porta stretta non va a dire pochi, va a dire altro. Sentite, dice: "Vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno nel regno di Dio".

Ma allora che cosa significa porta stretta? La porta è Gesù, lui un giorno disse: "Sono io la porta". E dunque lui, misura della nostra vita! Misuriamoci su di lui!

Se no, cacciati fuori. E qui Gesù è durissimo contro i cosiddetti professionisti della fede, gli sbandieratori di appartenenze, quelli che si sentono credenti perché hanno riempito di parole la bocca e le piazze. Dice loro: "Allora comincerete a dire 'abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze'. Ma egli vi dichiarerà: 'voi non so si dove siete, allontanatevi da me voi tutti operatori di ingiustizia'". Terribile: "Voi? Non so di dove siete". Come dicesse: "Se continuate a operare ingiustizie, siete di un altro paese non del mio, siete di un'altra discendenza, non di quella di Abramo". E dunque, voi mi capite, è sulla giustizia che dovrei sinceramente e continuamente interrogarmi: sono secondo giustizia i miei rapporti? La porta stretta è la giustizia!

Abramo uomo della fede, uomo della giustizia. Aggiungiamo, ricordando il brano della Genesi "uomo della solidarietà". Penso ci sia rimasta nel cuore l'immagine di Abramo che intercede per la città di Sodoma, il cui peccato più grave agli occhi di Dio, secondo l'interpretazione dei rabbini, non era stato tanto quello a sfondo sessuale, ma il fatto che avevano violato l'ospitalità, il diritto di qualunque ospite ad essere accolto, e salvaguardato, come ospite, da ogni offesa alla sua dignità. Un peccato che incenerisce la città. Non appena quella di Sodoma, ogni città, di ogni tempo.

Ed ecco Abramo, l'amico di Dio, l'amico cui Dio ha confidato l'esito dell'incenerimento della città, farsi mendicante di salvezza per la città. Uomo giusto, Abramo pone il problema della giustizia a Dio: che giustizia sarebbe distruggere malvagi e buoni insieme? Non solo ma Abramo immagina che la presenza anche di qualche giusto potrebbe trainare la salvezza per tutti per una sorte di solidarietà. Quella solidarietà di cui si fa lui stesso testimone luminoso nella sua preghiera che ci ricorda da vicino il contrattare dei beduini del deserto. Il racconto è un racconto aperto e, come tanti altri racconti della Bibbia, ci lascia domande, non solo domande sul fatto che spesso i giusti finiscono per scontare misteriosamente la stessa sorte che tocca ai malvagi, ma anche domande su ciò che sarebbe avvenuto se Abramo avesse condotto oltre la sua contrattazione. Non mi addentro in queste domande, che forse non hanno una risposta, vorrei invece sottolineare il messaggio affascinante di solidarietà che la preghiera di Abramo mette luminosamente davanti ai nostri occhi.

"Dov'è il tuo fratello, Abele" aveva chiesto Dio a Caino e Caino si era tirato fuori: "Sono forse io il custode?". Ebbene quelli di Sodoma non sono fratelli di Abramo, ma Abramo non solo non si tira fuori, ma si chiama appassionatamente dentro, lui è custode, lui intercede, lui si sente in rete con tutti i popoli, padre di tutti i popoli. Lui ha un reale interesse verso tutti, persino nella preghiera. E' la bellezza cui ci chiama Dio: quella di sentici in rete con tutti, partecipi del destino di tutti, tutti corresponsabili e artefici del futuro dell'umanità. Essere gli uni per gli altri è nel progetto di Dio. Lui il custode di Israele e di tutti i popoli ci vuole custodi del nostro popolo e di tutti i popoli.

Per la riflessione

Viviamo una stagione che si segnala per la solidarietà? Dove i luoghi e le situazioni in cui in cui siamo in difetto di solidarietà?

Che ne è del messaggio della solidarietà oggi nella chiesa? E andato accentuandosi o indebolendosi? Quali le cause?

 

 


 
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