la parola della domenica

 

Anno liturgico B
omelia di don Angelo nella V Domenica d'Avvento
secondo il rito ambrosiano


11 dicembre
2011



 

 

Is 11,1-10
Sal 97
Eb 7,14-17.22.25
Gv 1,19-27a.15c.27b-28

Non so che effetto abbiano avuto su di voi le parole del profeta Isaia che questa mattina ancora una volta sono risuonate nella nostra Liturgia. Penso sia uno dei testi più poetici delle Scritture sacre, poesia purissima. E già ci sarebbe da chiederci perché mai un profeta debba accedere al linguaggio della poesia. Solitamente il linguaggio dei profeti è robusto, infiammato, a scuotimento di volti e di coscienze. E Isaia, penso lo ricordiate, conosce i toni accesi, a scuotimento. E però non è monocorde. E che bello che non sia uomo di un solo registro come purtroppo spesso siamo noi, non è monocorde. E' un uomo che conosce l'urlo a scuotimento, ma conosce anche la poesia ad accensione di sogni, un uomo vero e non un uomo appiattito. E qui, in questo passo della sua profezia, fa vibrare i sogni, accende i sogni.

Leggevo le sue parole, le lasciavo penetrare, con l'anelito che non rimanessero in superficie, e mi accorgevo che mi facevano alzare la testa, mi accorgevo che le immagini mi facevano brillare gli occhi, le sentivo pungere agli occhi. Non so se capita anche a voi. Le immagini andavano a disegnare giorni in cui "il lupo dimorerà insieme con l'agnello; / il leopardo si sdraierà accanto al capretto; / il vitello e il leoncello pascoleranno insieme / e un piccolo fanciullo li guiderà. / La mucca e l'orsa pascoleranno insieme; / i loro piccoli si sdraieranno insieme. / Il leone si ciberà di paglia, come il bue. / Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; / il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso".

Ebbene mi sentivo accendere dalle immagini. Mi sembrava però anche di sentire lo sfottò di coloro che ti dicono che di poesia non si vive o che la cultura non dà da mangiare. Per grazia ci sono anche voci che cantano in controtendenza, voci di altri che vanno dicendo che, in tempi di crisi, ci vorrebbe l'intelligenza di dare più spazio alla poesia, alla fantasia, alla cultura. Come faceva il profeta Isaia.

E allora ritornando alle parole del profeta, mi veniva da pensare che i sogni li si può vivere come evasione, come straniamento, come oppio dell'anima, delle coscienze, dei popoli o come accensione dell'anima e spinta di sangue nelle vene. Isaia faceva vibrare una attesa.

Mi colpiva però che lui, in capo alla grande trasformazione, o, se volete, come prologo al realizzarsi dei sogni, lui mettesse un volto. Quasi a dire che un inizio viene da qualcuno. Le cose cambiano perché si muove qualcuno, i sogni iniziano a prendere forma in forza di qualcuno. Le situazioni non cambiano da sole. Sentite: "Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, / un virgulto germoglierà dalle sue radici. / Su di lui si poserà lo spirito del Signore, / spirito di sapienza e d'intelligenza, / spirito di consiglio e di fortezza, / spirito di conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore. / Non giudicherà secondo le apparenze / e non prenderà decisioni per sentito dire; / ma giudicherà con giustizia i miseri / e prenderà decisioni eque per gli umili della terra. / Percuoterà il violento con la verga della sua bocca, / con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio. / La giustizia sarà fascia dei suoi lombi / e la fedeltà cintura dei suoi fianchi".

Il tronco sembra spezzato, ebbene nasce un germoglio. Le radici sembrano disseccate nella terra, un virgulto germoglierà dalle radici. Ebrei e cristiani, anche se il messaggio non era forse specificamente rivolto a lui, hanno visto in queste parole una indicazione che fa segno al Messia. Un inizio di un vero cambiamento non può venire se non da qualcuno che sia abitato - non un pallone vuoto, non servono maschere - uno che sia abitato dallo Spirito, uno che sia condotto da intelligenza e saggezza, uno che non giudichi secondo le apparenze, uno che faccia le sue scelte non per sentito dire, uno che si lasci condurre da criteri di equità soprattutto per i più deboli: "Prenderà decisioni eque per gli umili della terra". Queste parole le sentiamo vere in pienezza per Gesù.

Da lui, dal dare spazio alla sua vita, alle sue scelte e ai suoi pensieri può accadere una trasformazione. Di noi stessi e della terra. Indicare lui, come faceva il Battista che toglieva attenzione a se stesso, diventa il nostro compito. Urgente.

Qualcuno potrebbe accusarci di essere degli ingenui, ma pensate che grazia, che cosa da stropicciarsi gli occhi, accadrebbe, se oggi a chi ci chiedesse di definirci come chiesa, noi, alla maniera del Battista, rispondessimo: "Guarda che noi non siamo poi molto importanti, non siamo niente, noi siamo semplicemente voce di uno che grida nel deserto: 'Rendete diritta la via del Signore'. Apritevi alla sua via, non alla nostra via". Da qui, solo da qui, può partire un movimento di riforma, di vera riforma di noi stessi, della chiesa, della società.

A questo chiamava il Battista nel deserto. Ma, notate, proprio quelle sue parole che andavano ad evocare agli occhi di tutti uno che avrebbe dato inizio a una riforma, destavano sospetti. Contro chi cozzavano? Proprio contro gli uomini di una religione sclerotizzata. E perché? Perché la storia ci insegna - ampiamente! - che tutti coloro che destano nuove speranze diventano per ciò stesso un problema per le autorità gelose del loro potere, loro vedono con sospetto e diffidenza l'apparire di qualcuno che non sia della loro cerchia. Abbiamo constatato nel brano di vangelo con quanta meticolosità, animosità, acrimonia, quasi un processo da sacra inquisizione, la delegazione dei sacerdoti altolocati del tempio e dei leviti e successivamente quella dei farisei mettano sotto torchio il Battista, negandogli la legittimità di accendere speranze e di battezzare. Pensate quale inquietudine lasciasse in cuor loro quella sua parola: "In mezzo a voi sta uno che non conoscete". In loro che già odoravano in Giovanni un pericolo, peggio poi nell'avvento i uno che ancora non aveva volto, un senza volto!

Una parola quella del Battista che al contrario induce speranza, benedizione per i nostri sogni, perché viene a dirci che il germoglio è già presente, come lievito di risurrezione nella pasta della storia. Non siamo nell'assenza di chi può dare corpo ai nostri sogni, si tratta di riconoscerlo. Mi sono chiesto se non potrebbe venire anche a noi il rimprovero del Battista: "In mezzo a voi sta uno che non conoscete"? Andate a cercare chissà quali rimedi, è in mezzo a voi! Ma lo conoscete veramente?

Si tratta di riconoscerlo. Si tratta di farci contagiare e lievitare. Di farci contagiare e lievitare dal suo vangelo.

Per la riflessione

In tempi di crisi non stiamo forse dando troppi messaggi negativi? Come accendere gli animi a speranza?

In mezzo a noi sta forse uno che non conosciamo? Forse più di uno?

 

 


 
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