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la parola della domenica
Anno
liturgico C 14 marzo 2010 |
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Es
17,1-11 Il libro dell'Esodo ci riconduce alle nostre inquiete giornate. E anche alle reazioni, non sempre positive, che sentiamo a volte pulsare nel nostro cuore o nell'aria. Assomigliamo per certi aspetti al popolo d'Israele, che, provato da quella estenuante marcia nel deserto, che pure conduceva da una schiavitù verso terre di libertà, provato dalla fame, dalla sete, dalle disillusioni, dalla fatica di quell'andare, sentiva crescere dentro, sempre più forte, la domanda: "Ma Dio è in mezzo a noi sì o no?". La domanda affiora di questi tempi sulle labbra di non pochi di noi. Insieme alla tentazione, e questa è grave, con esiti devastanti, distruttivi, la tentazione di ritornare indietro, a quando uno comandava e, come schiavi, tutti si piegava la testa e si ubbidiva, la tentazione di barattare la libertà con qualche piatto di lenticchie. Sarebbe grave regressione. E nell'aria si vanno intravvedendone segni, segni di accecamento della libertà, avvistamento di schiavitù. Dio risponde facendo scaturire acqua da roccia durissima. Acqua che permette di riprendere coraggio in un cammino verso la libertà. La tradizione rabbinica parla di una roccia mobile, che accompagnava il cammino nel deserto, roccia alla cui fessura gli ebrei si dissetavano per non venir meno. E S. Paolo identifica la roccia in Cristo e nella lettera ai cristiani di Corinto scrive: "bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava e quella roccia era il Cristo" (1 Cor 10,2). Gesù nel vangelo manderà il cieco alle acque di Siloe, che significa "inviato", come a dire che lui, l'inviato da Dio, è la roccia dell'acqua che lava i nostri occhi dalla pesantezza e dal soffocamento di ogni schiavitù. Nel racconto di Giovanni ci sono occhi appesantiti, soffocati che non vedono, di personaggi di varia umanità, anzi direi occhi che diventano, nel sussulto del racconto, sempre più chiusi, pozze di buio. E ci sono, al contrario gli occhi di quel cieco senza nome, che si aprono, sempre più aperti, fino ad essere un lago di luce. Vorrei iniziare dagli occhi dei discepoli, confessiamolo, anche quelli, poco o tanto, ottenebrati. Neanche vedono, nel senso del "provare compassione", la sofferenza del cieco che incrociano, ottenebrati come sono dalle false immagini di Dio proiettate dalla religione, con quella attribuzione, per esempio, della sofferenza degli umani al peccato: "E chi ha peccato lui o i suoi genitori perché nascesse cieco". "Ma date un taglio ai vostri sofismi" sembra dire Gesù "e fate le opere di Dio. Finché ci siete". "Io" dice Gesù "finché ci sono, compio le opere del Padre, continuo la sua creazione". Noi la continuiamo? Iniziò la sua opera Dio, dicendo "sia la luce" e Gesù continua la creazione dicendo all'uomo cieco dalla nascita: "sia luce, sia luce nei tuoi occhi". E allora usciamo dai discorsi vuoti, dai discorsi che falsano la religione e cerchiamo di aprire alla luce i nostri occhi e gli occhi di chi incrociamo. Apriamoli alla luce, alla speranza, ai sogni, alla vita. Come oggi invitava Paolo nella lettera ai Tessalonicesi: "state con gli occhi aperti" dice Paolo "e non con gli occhi della notte, occhi assonnati: se siete addormentati, vi entra in casa indisturbato il ladro, senza che ve ne accorgiate". Per qualche aspetto il monito di Paolo ci tocca. Perché la sensazione che a volte proviamo, leggendo la storia di questi ultimi anni, è proprio questa: per un sonno della ragione e per un sonno della fede, pezzo dopo pezzo siamo stati derubati, con il risultato che oggi ci troviamo ad osservare con occhi tristi non pochi segni di sfascio di umanità, in noi stessi e nelle istituzioni. Gli occhi erano occhi di sonno, del sonno della notte. Ancora più inquietanti nel racconto gli occhi di quel gruppo di giudei. Con la stessa progressione con cui si aprono gli occhi del cieco, con la stessa scansione di tempi, si chiudono gli occhi degli altri. Basterebbe ricordare quelle due affermazioni in controtendenza. Quella di un gruppo di farisei: "Quest'uomo non viene da Dio perché non osserva il sabato". Quella del cieco: "Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla". Che cosa dunque chiude gli occhi? La difesa del proprio potere, della propria immagine, è evidente nel racconto. Pur di difenderli si stravolge la verità, la stessa realtà. La storia, purtroppo, si ripete. Ampiamente. Chi detiene il potere in versione dispotica non si offre a un confronto sincero, usa il tono arrogante di quei giudei, grida all'offesa davanti a chiunque lo metta in discussione, stravolge la realtà dei fatti, tende a screditare e diffamare: "Ma come ti permetti di criticarci? Vuoi farla da maestro a noi, tu che sei nato nel peccato?". Personalmente ritengo che non abbiano fatto un buon servizio al racconto del vangelo gli estensori della nostra liturgia, cancellando le parole conclusive del racconto: di fronte alla parole di Gesù percepite come un'accusa di cecità mossa nei loro confronti, quei farisei reagiscono protestando: "Siamo forse ciechi anche noi?". Gesù risponde loro: "Se foste ciechi non avreste nessun peccato, ma siccome dite: 'Noi vediamo', il vostro peccato rimane" (Gv 10,41). Ecco dove sta il peccato che rimane, il peccato che in altri passi del vangelo viene denunciato come il peccato contro lo Spirito, è questa presunzione di vedere, peccato imperdonabile, peccato quasi mai confessato da chi si proclama infallibile e dunque inattaccabile. Ma vorrei abbandonare la visione triste dell'accecamento, per dire invece la gioia che prende il cuore assistendo nel racconto all'espansione stupefacente della personalità di quel cieco. Di pari passo con il crescere della luce nei suoi occhi ecco il crescere della sua libertà e franchezza fino a tener testa a quella sacra - poco sacra! - inquisizione, una libertà e una franchezza che lo portano fino alle soglie di una sottile ironia nei confronti delle autorità religiose. Una connessione, questa, tra illuminazione e libertà, tra illuminazione e franchezza che dovrebbe farci pensare: esse crescono insieme o si perdono insieme. Il venir meno nella nostra vita di uno stile di franchezza e di libertà non sarà forse un sintomo, sintomo preoccupante, del venir meno della luce di Cristo nei nostri occhi? Giunti a questo punto, ci ritroviamo sulle labbra la preghiera con cui abbiamo dato inizio alla Messa: "Signore da' luce ai miei occhi perché non mi addormenti nella morte. Tu che hai aperto gli occhi al cieco nato, con la tua luce illumina il mio cuore, perché io sappia vedere le tue opere e custodisca i tuoi precetti". Per la riflessione
Dove vediamo segni di accecamento? |
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