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la parola della domenica
Anno
liturgico C 25 aprile 2010 |
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At
21,8b-14 Parole nella cena. In quella che lui sapeva essere l'ultima sua cena. Non ci è difficile immaginare la commozione che era impigliata nelle ombre di quella sala al piano superiore. Fuori si era fatto buio, buio in tutti i sensi. L'evangelista Giovanni dice di Giuda: "Egli, preso il boccone, uscì. Ed era notte". Come se la luce fosse ora dentro, tutta dentro quella sala al piano superiore. Nella notte del mondo qualcosa ardeva lì. E Gesù, con un nodo alla gola, lo si avverte dalle parole, parole in vigilia, in vigilia di morte, prese a parlare. Ogni parola un testamento. Quelle che oggi abbiamo ascoltato appartengono a quella notte. Parole di commozione. La commozione che abbiamo respirato anche nel brano degli Atti degli apostoli, la commozione nella casa di Filippo, quando Agabo prendendo la cintura di Paolo profetizzò che colui al quale la cintura apparteneva, giunto a Gerusalemme, l'avrebbero legato e consegnato nelle mani dei pagani. Piangevano e a Paolo si spezzava il cuore. Apro una breve parentesi, che non penso sia fuori dal nostro contesto. Quando penso alla commozione, palpabile nell'aria, nella stanza al piano superore a Gerusalemme e nella casa di Filippo a Cesarea, non posso fare a meno di constatare come non raramente lungo i secoli l'amore soprannaturale sia stato purtroppo declinato nella forma di un amore senza passione, senza emozione, senza sentimento, con l'esito triste di comunità dove i rapporti tra persone sono gelidamente informali, nulla è concesso al sentimento. L'amore che sgorga da Dio, al contrario, tocca il corpo e i sentimenti. E così ritorniamo alla cena ultima di Gesù. A queste sue parole, che parlano, le abbiamo udite, dell'amore, della circolarità dell'amore, quasi un traboccare dagli uni negli altri. "Come il Padre ha amato me, anch'io ho amato voi Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi". L'amore del Padre è traboccato nel Figlio e dal Figlio è traboccato nell'amore dei discepoli e dai discepoli ora è chiamato a traboccare nell'amore degli altri. E Gesù dice "rimanete nel mio amore". Come a dire: non tiratevi fuori da questo dinamismo, rimanete nella circolarità dell'amore, fate circolare, sulla terra e tra di voi l'amore, il mio amore. E questo è il suo comandamento. Noi cristiani, lasciatemi dire, abbiamo poco indugiato sul fatto che Gesù faccia dell'"amatevi gli uni gli altri" il suo comandamento, quello che chiama "suo", l'ultimo, cioè il definitivo, come se non ce ne fossero altri, perché tutto gli altri sottostanno e prendono anima e luce da questo e, senza questo, sono come corpi inanimati, senza passione e senza vita. Vi inviterei a pensare a quanti comandamenti noi abbiamo dato più importanza che a questo, comandamenti su cui ci siamo accaniti con ossessionante insistenza più che su questo, comandamenti su cui abbiamo elaborato esami e esami di coscienza! Così pochi su questo! Dimenticando che proprio questo comandamento fa la felicità. Quella vera: "vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena". Dove cerchiamo gioia, dove insegniamo a cercare gioia? Se fossimo fedeli a questa parola, nell'amare come Gesù ci ha amato. Liberate il mondo, liberate la terra, liberate la società dai miti, sono maschere, non danno gioia. E l'amore non solo vi darà gioia, ma, dice Gesù, vi riempirà di frutti, vi troverete le mani piene, non di vuoto, non piene di vuoto, di fumo, del fumo delle parole, ma di frutti: questa, dell'amore, è la via "perche andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga". Nelle chiese, nelle famiglie, nella società. Non dovremmo forse avere il coraggio e la sincerità di chiederci il perché, quando guardandoci intorno, non vediamo frutti né di giustizia né di onestà né di pace? Non sarà perché abbiamo dimenticato il "suo " comandamento: "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gi uni gli altro come io vi ho amato"? Dove
"quel come", da un lato dice l'anima segreta. E l'anima segreta
è l'amore, fino all'estremo, di Gesù, che come linfa passa
nei rami della nostra vita. Se ci apriamo a lui. Del suo modo di amare sono ricordati nel brano alcuni tratti bellissimi, dovrebbero rimanerci negli occhi. E nel cuore. Per trascinarci. "Nessuno ha amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici": è l'estremo a cui lui è arrivato: "Li amò fino all'estremo" (Gv 13,1) dirà l'evangelista Giovanni. Non so se a me sarà chiesto l'estremo di dare la vita. Nessuno di noi lo sa. Ma a me, a tutti noi, è chiesto di "dare vita", ogni giorno. E se alla sera arrivi un po' o tanto consumato, perché hai dato, a tanti o pochi che siano, vita, pensa che sei stato fedele a quel "come", "come io vi ho amato". E, ancora, dice Gesù: "Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi ho chiamato amici". Non ci ha guardato dall'alto in basso, ma dal basso in alto, lavandoci i piedi. Come se ci chiedesse di liberarci da ogni forma di dominio esercitata sull'altro, che finisce poi per indurre l'altro a ritenersi meno o a sentirsi poco, impedendogli di dire e di dirsi. Se alla sera, riandando alla tua giornata, ti sembrerà che qualcuno è stato con te non come si sta con un superiore ma come si sta con un amico, e ci si è confidati ciò che era nascosto nel cuore, pensa che sei stato fedele a quel "come", "come io vi ho amato io non vi ho chiamato servi, ma amici". Per la riflessione Perché troppi comandamenti "prima" del comandamento "amatevi come io vi ho amato"? Esemplificando sul "dare la vita" ogni giorno? Il posto del'amicizia nella nostra educazione? |
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