la parola della domenica

 

Anno liturgico B
omelia di don Angelo nella IV Domenica d'Avvento
secondo il rito ambrosiano


4 dicembre
2011



 

 

Is 16,1-5
Sal 149
1Ts 3,11-4,2
Mc 11,1-11

Il testo che oggi abbiamo ascoltato dal rotolo di Isaia, dobbiamo confessarlo, è un testo di difficile interpretazione, ma tra riga e riga sembra di leggere una situazione che non è poi tanto lontana da quella che abbiamo sotto i nostri occhi. Gli abitanti di Moab, spesso in conflitto con Israele, ora sono in pericolo di essere annientati da una potenza spietata e arrogante. La descrizione della situazione è struggente. Le giovani donne moabite, in pericolo di essere violentate dai soldati nemici, vengono descritte nella loro disperazione e impotenza, nella loro confusione al limite della pazzia: "come un uccello fuggitivo, come una nidiata dispersa saranno le figlie di Moab ai guadi dell'Arnon". E dunque chiedano i moabiti asilo, sperino in un aiuto da Israele. Non chiederlo sarebbe pura follia. Sembra di rivedere storie di oggi, sembra di ascoltare paure e gridi di oggi. Con un invito: "Nascondi i dispersi, non tradire i fuggiaschi. Siano tuoi ospiti i dispersi di Moab, sii loro rifugio davanti al devastatore", parole che sembrano raggiungerci.

E c'è nel testo una promessa che sembra andare oltre e prefigurare un tempo futuro, in cui sarà estinto il tiranno, finita la devastazione: "allora" è scritto "sarà stabilito un trono sulla mansuetudine, ivi siederà con tutta fedeltà nella tenda di Davide un giudice sollecito del diritto e pronto alla giustizia". Come a dire che Dio non ci abbandona allo spauracchio di un tiranno, ma ci affida a un capo che fa della mitezza, della fedeltà e della giustizia il suo punto di onore.

Perdonate, forse siamo dei visionari, ma penso che parecchi di noi oggi leggendo "trono della mansuetudine", quasi un ossimoro, saranno andati alla groppa dell'asino del vangelo di Marco che oggi abbiamo ascoltato. Certo il Signore va atteso, anche oggi va atteso nella nostra città, nel nostro paese, vorrei dire anche e soprattutto lungo le strade silenziose che si dipanano nel nostro cuore, ma attenti al dirottamento, perché il suo stile, il suo modo di venire e di entrare, è un altro. E' legato a un asino. Ricordati ha legato la sua figura all'asino, e cioè alla mitezza e all'umiltà.

Leggendo del suo ingresso in Gerusalemme, leggendo di quell'ingresso da un lato mi veniva ancora una volta spontaneo notare con quanta puntualità di indicazioni, con quante precisazioni, lui quel giorno abbia inviato quei due in un strana ricerca, c'è da stupire, la ricerca di un asino. Dice: "Andate al villaggio, quello di fronte, osservate all'entrata, troverete un puledro, lo troverete legato, scioglietelo e portatelo, se vi dicono… dite…". Quanta precisione per un asino. Quando normalmente tutti per il loro ingresso sono in anelito di ben altro, non sanno più che cosa inventare, non sanno più che cosa andare a cercare. Lui in anelito di cose minime, il minimo, un asino. Voleva si stampasse a memoria. Per noi! Dirottava gli occhi dal potere in ubriacatura di se stesso alla mitezza dell'essere, alla umiltà dell'essere. Convinto che si vince con altro.

A memoria lascia l'asino, a memoria! A memoria per noi.

Nasce la domanda: abbiamo capito? Oggi ci chiediamo se quelli del piccolo corteo di quel giorno avessero capito. C'è da dubitare di loro, come di noi: infatti l'evangelista Giovanni narrando il fatto e le predizioni dei profeti, scrive: "I suoi discepoli sul momento non capirono queste cose, ma, quando fu glorificato, si ricordarono che di lui erano state dette". Non avevano capito, perché resistente, dura a morire in loro, era l'dea di un Messia socialmente e politicamente trionfatore, l'idea che la vittoria fosse legata alla forza, vincente la forza, non la debolezza.

Qualche esegeta vede nell'asino legato, una immagine, quella della mitezza e dell'umiltà per troppo tempo legate per far posto a immagini di potenza, immagini legate, quelle della mitezza e dell'umiltà, emarginate, che Gesù slega. Sdogana, perdonate il verbo, sdogana l'immagine dell'asino, la cavalca, cavalca l'umiltà e la mitezza.

Tra gli esegeti alcuni pensano che la lezione dell'asino quel giorno l'avessero capita forse solo i discepoli che i mantelli li stesero sulla groppa dell'asino, quasi a conferma che quello, e non altro, dovesse essere il vero trionfo, quello il modo di venire del Messia, un modo umano di stare al mondo. Mentre gli altri che ancora stendevano mantelli per terra rimanevano ancorati all'immagine dei trionfi dei re terreni, come sembra alludere anche il loro "osanna" che celebra "il regno che viene, il regno del nostro padre Davide", un regno che si colorava di accenti politici. Infatti il grido: "Benedetto colui che viene.." non era forse il grido che accompagnava l'ingresso in città di un generale vittorioso?

Fa molto pensare la conclusione del nostro brano che sembra segnare una incomprensione dell'icona del "messia che viene cavalcando un puledro". Marco scrive: "Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l'ora tarda, uscì con i dodici verso Betania".

E' a dir poco struggente questo sguardo di Gesù, uno sguardo che passa in rassegna ogni cosa nel tempio. Ogni cosa ed è il vuoto, il nulla. Nulla che lo facesse fermare nel tempio, nulla che avesse minimamente sintonia con il segno, il segno di quel suo venire su dorso di mulo. Una religione diremmo atea, che ha, in verità, cancellato ogni aspirazione a qualcosa di diverso. Di diverso dal successo, dal denaro, dal profitto personale o di gruppo. Una religione appiattita sui trionfi mondani, fondamentalmente atea.

Rimane la domanda: che cosa aspettiamo? O, forse meglio, siamo aperti a ricevere Gesù nell'immagine del rabbi di Nazaret che viene su dorso d'asino? Siamo disposti a fare spazio in noi a una immagine di umanità mite e umile, a credere che la vera forza di un essere umano non sta nell'esibizione dei suoi muscoli o del suo potere, non sta negli appoggi umani, non sta nell'arroganza del suo ruolo o della sua verità, ma sta in quella dimensione che attinge al profondo di se stessi, nella coscienza, là dove il vangelo ci va ricordando una verità, purtroppo dimenticata anche a livello di convivenza umana dove l'urlo è diventato costume, la verità su come rendere saldi i cuori in un mondo che spesso sembra franare. Come renderli saldi? Domanda a cui Paolo, forse sconcertando, risponde: "Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell'amore fra voi e verso tutti… per rendere saldi i vostri cuori".

"Vi faccia crescere e sovrabbondare nell'amore fra voi e verso tutti". Ci faccia crescere e sovrabbondare nella mitezza e nell'umiltà.

Per la riflessione

Che cosa potrebbe significare sposare l'icona di "Gesù che cavalca un puledro" nella nostra vita personale?
E nella vita sociale?
E nella vita ecclesiale?

 

 


 
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