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la parola della domenica
Anno
liturgico C 18 aprile 2010 |
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At
28,16-28 Mi è rimasto in cuore un interrogativo. Che vorrei confidarvi, anche se so che nessuno mai all'interrogativo avrà una risposta sicura. Il nostro brano di vangelo appartiene a una serie di discussioni sorte tra i giudei sull'origine di Gesù e la sua testimonianza. Ed ecco che nel corpo di queste discussioni è avvenuta l'inclusione di un brano che non appartiene, questo è abbastanza certo, al vangelo di Giovanni ed è il racconto che tutti conosciamo della donna adultera, il nostro brano segue immediatamente quel racconto. La domanda che mi affiorava al cuore era dunque questa: perché il racconto di Gesù, che libera la donna dal pericolo di una lapidazione annunciata, è stato inserito proprio in questo contesto di una disputa su Gesù? Non avrebbe potuto trovare posto in mille altri contesti? E tento di immaginare. Dentro quella concitata discussione sorta sull'origine di Gesù, Nicodemo, un capo dei farisei, uomo onesto, aveva detto ai suoi: "La nostra legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?". Ed ecco che qualcuno forse ha pensato che scena che più di ogni altra avrebbe potuto dire a tutti la vera identità di Gesù, quasi fosse la sua carta di identità, era proprio quella, quella lo fotografava e diceva la differenza: l'episodio in cui il rabbi di Nazaret, a confronto con gli scribi e i farisei che da giudici spietati vogliono la lapidazione della donna, che cosa dice e che cosa fa? "Chi di voi" disse "è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei". E poi, dopo aver scritto parole segrete per terra, sulla sabbia, si alzò e disse "Donna, nessuno ti ha condannata? Nemmeno io ti condanno. Va' e d'ora in poi non peccare più". E il testo del vangelo continua, come oggi abbiamo ascoltato, con Gesù che dice: "io sono la luce del mondo". Lasciatemi pensare che questo episodio che coglie scribi e farisei da una parte e Gesù dall'altra, dall'altra in tutti i sensi, e la donna in mezzo, è svelamento di luce: "Io sono la luce del mondo". Ma che luce avrebbero potuto essere quei farisei e scribi, per la donna e per chiunque di noi, con la durezza della loro interpretazione della legge? Unico esito, unica destinazione: le tenebre della morte, una lapidazione di morte. Il profeta di Nazaret apriva davanti agli occhi della donna un varco di luce e di vita: "Io sono la luce del mondo: chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita". Ecco vorrei indugiare brevemente su queste parole di Gesù, che apparivano agli occhi dei suoi interlocutori una pretesa assurda: può un uomo dire di sé parole così assolute? Dire: "la luce sono io?". Ma dove vieni tu e dove vai? "Voi mi guardate" sembra dire Gesù "e dite: viene da Nazaret, mi giudicate con occhi che non vanno al di là del corpo. Ma io vengo da un oltre che voi non conoscete, per questo posso rivendicare di essere la luce del mondo e chiedere che si segua me". Penso che tutti voi abbiate colto la congiunzione, congiunzione stretta, che Gesù opera tra sé e la luce e tra la luce e la vita. Prima congiunzione, tra la luce e la sua persona. A volte mi dico che non ci siamo ancora . Non ci siamo ancora perché concepiamo, la luce, la verità essenzialmente come un insieme di definizioni, di codificazioni e di libri, vagoni e vagoni di libri. La luce è una persona: "Làsciati illuminare da Cristo!". Non sempre indugiamo a pensare come, nella nostra vita, più che dai maestri, come diceva Paolo Vi, siamo stati contagiati da testimoni, cioè da una parola diventata viso, occhi, mani. Come ebbe a dire splendidamente un poeta francese, Christian Bobin: "La verità non è tanto nelle parole, ma negli occhi, nelle mani, nel silenzio. La verità sono occhi e mani che ardono in silenzio". Camminiamo dietro Gesù, avremo la luce della vita. E questa è la seconda congiunzione che opera Gesù tra la luce e la vita. La luce di Gesù illumina la vita. La illumina certo anche nel senso che dà un modo non opaco né pallido di vedere la vita, ma un modo più vero e più profondo. A tutta la vita. Ma Gesù, penso, parlando di luce della vita, forse vuole farci capire anche questo: appartiene alla luce questa arte segreta e silenziosa su cui raramente indugiamo: la luce non impone i colori, li risveglia. Neppure Dio impone, suscita i nostri colori. La luce infatti fa emergere e fa brillare i colori delle cose, della vita. Questo fa Gesù con noi e questo facciamo noi con gli altri se siamo fedeli alla luce: siamo luce per gli altri, non con l'imposizione di noi stessi all'altro, con l'imposizione di noi stessi o dei nostri modelli, non dominando, ma promuovendo. Come fa la luce. Come fa Gesù. Da che cosa riconosceremo se siamo nelle luce o ancora nella notte? Ricordavo già a Natale come un vecchio rabbino un giorno domandasse ai suoi allievi da che cosa si potesse riconoscere il momento preciso in cui finiva la notte e cominciava il giorno. "Forse quando si può distinguere con facilità un cane da una pecora?". "No" disse il rabbino. "Quando si distingue un albero di datteri da un albero di fichi?". "No" disse il rabbino". "Ma quando allora?" domandarono gli allievi. Il rabbino rispose: "E' quando guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci il fratello o una sorella. Fino a quel punto, è ancora notte nel tuo cuore". Finisca la notte. E incominci il giorno.
Possiamo dire che l'incontro con Cristo, con il vangelo, con le Scritture ha dato visioni nuove alla nostra vita? Come siamo davanti all'altro? Come colui che impone o come colui che risveglia i colori che sono nell'altro? |
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