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la parola della domenica
Anno
liturgico B
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Nm
11,4-7.16a.18-20.31-32a Nella liturgia oggi, nei testi sacri che essa ci propone, ci viene regalata un'altra fessura da cui spiare chi è Dio, chi è Gesù il profeta di Nazaret, e chi siamo noi, che cosa significa dirci persone umane e che cosa significa fare più umana la nostra terra. A me non è consentito se non sfiorare, forse sciupandoli, i racconti. Parlo al plurale "i racconti", perché penso non sia sfuggito a nessuno di voi che Matteo costruisce il suo racconto, avendo negli occhi le immagini del cammino del suo popolo nel deserto. Dalla schiavitù alla terra promessa. Per ben due volte Matteo insiste sul deserto: Gesù che parte su una barca e si ritira "in un luogo deserto". E i discepoli gli dicono: "Il luogo è deserto ed è ormai tardi, congeda la folla". Il deserto di cui ci ha parlato anche il libro dei Numeri, l'attraversamento del deserto, figura di una vita, della nostra esistenza. Terra di avvicinamento, ma anche terra di momenti di privazione, terra della mancanza, ci manca sempre qualcosa. Terra anche delle nostre mormorazioni, e anche delle nostre visioni corte "Avete pianto" è scritto "agli occhi del Signore dicendo: Chi ci darà da mangiare carne? Stavamo così bene in Egitto!". Chi darà da mangiare ai cinquemila? Cinquemila, un'iperbole per dire un numero grande: "Come potremo fare se i pani che abbiamo sono cinque e i pesci soltanto due?". Un lamento che fa rimpiangere, è sconsolante, i tempi dell'Egitto: schiavi di un sistema, espropriati della propria capacità di pensare e di sognare, ma si mangiava. Ora bisogna fare i conti con la realtà. E il libro dei Numeri ricorda a chi vivre momenti difficili che sarebbe grave regredire in umanità e grave sarebbe anche vivere i tempi difficili come segno dell'abbandono di Dio. Il libro ricorda due fatti naturali, la produzione naturale della tamarice mannifera e la migrazione delle quaglie, eventi che avvenivano normalmente nella penisola del Sinai, percepiti come segno della vicinanza di Dio. Grande insegnamento: i segni avvengono nella nostra vita, avvengono naturalmente, hanno bisogno di una lettura più profonda, che ci faccia intravedere il volto di un Dio provvidente. E' un monito, perché in tempi difficili si può reagire con un atteggiamento di voracità, che è un pensare solo a se stessi, ad accaparrare per se stessi, cancellandoci in umanità. Nel libro dei Numeri appare in tutta la sua forza la tristezza di Dio per un popolo dove ognuno pensa a se stesso, come se Dio dicesse, un po' deluso, e con le parole di chi è deluso: "Ma naufragate nella vostra voracità, l'unica cosa che vi rimane!". Ecco le parole: "Ebbene il Signore vi darà carne e voi ne mangerete. Ne mangerete non per un giorno, non per due giorni, non pe cinque giorni, non per dieci giorni, non per venti giorni, ma per un mese intero, finche vi esca dalle narici e vi venga a nausea!". Ecco l'esito in umanità della voracità e dell'accaparramento: l'istupidirsi! E
allora la domanda: come se ne viene fuori in tempi difficili? Ce lo ricorda
Gesù. Non con la logica del congedare, e ognuno pensi per se, "congeda
la folla", ma con la logica del prendersi cura, prendersi cura gli
uni degli altri, "voi stessi date loro da mangiare". "Ordinò loro di sdraiarsi sull'erba". Gli esegeti ci ricordano che "sdraiarsi" per mangiare era proprio degli uomini liberi. E' come se ci fosse ricordato che il banchetto è riconoscimento delle dignità e della libertà. Di tutti, senza esclusioni. Anche
il banchetto dell'eucaristia, spesso lo dimentichiamo è riconoscimento
della dignità e inviolabilità di ciascuno. Non so se l'abbiamo
dimenticato, o forse non ci è mai stato insegnato, che il concilio
di Nicea vietava in un suo canone che almeno la domenica ci si inginocchiasse
durante l' eucaristia (canone 20). In piedi, quasi a dire che l'Eucaristia
riconosce e plasma donne e uomini alzati e non abbassati, è fonte
di vite libere, è un pane che ci dà la forza di sfuggire
al rimpianto di cibi sì prelibati, ma in terra di schiavitù. E non è un gesto magico: nel racconto Matteo non accenna a un moltiplicarsi dei pani, non è una moltiplicazione, accenna a uno spezzarli e a un condividerli. Se qualcuno, arrivati a lui, i pani se li fosse tenuti, quel prato verde sarebbe stato sconsacrato. Come se stesse avvenendo qualcosa di nuovo e tutt'a un tratto si spezzasse, e, per la voracità di quell'uno, la distribuzione si inceppasse e il sogno della condivisione fosse strappato. Se prevale l'ingordigia, pochi o tanti, penso "tanti", rimarranno esclusi, esclusi dai beni che un Padre non può non destinare a tutti i suoi figli. La preoccupazione è per tutti. Una lezione, questa del vangelo, che sembra scritta per tempi come i nostri, tempi di crisi, di preoccupazione, di incertezza per il futuro. Una società come la nostra - posso sbagliarmi ma mi sembra di essere fedele al vangelo - potrà salvarsi se al criterio, " sacrifici sì, ma non per me", avremo sostituito un altro criterio "sacrifici sì, se a chiedermeli è il bene comune", un pane che arrivi a tutti. E le ceste avanzate saranno dodici, non una meno, dodici perche dodici sono le tribù di Israele, e anche ciò che rimane ha dentro la logica della condivisione tra tutti e non quella dell'appropriazione. Nessuna tribù, nessuna categoria, nessuna parte di umanità esclusa dal regno. Che splende sulla terra quando il pane e la dignità giungono a tutti. Per la riflessione Come
non fermarci ai lamenti? |
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