![]() |
|
la parola della domenica
Anno
liturgico C 13 giugno 2010 |
|
|
|
|
Gn
3,1-20 Forse è bene che io premetta che la mia breve omelia non può avere la pretesa di addentrarsi nell'interpretazione del racconto della Genesi che oggi abbiamo ascoltato, non ne avrei né il tempo né la capacità. E allora vorrei tentare di dire innanzitutto che il racconto nasce da una interrogazione che attraversa la storia. Una interrogazione che la storia poneva agli ebrei e che la storia pone a tutti noi. I racconti dell'Esodo parlavano al cuore degli israeliti. E parlavano loro di un Dio schierato per il suo popolo in cammino verso la libertà. Ed ecco l'interrogazione: se questo è Dio, come mai allora il male dentro la storia, come mai la lacerazione dei rapporti tra uomo e donna, come mai la fatica del lavoro, come mai la disarmonia del creato? Ed ecco si scrivono pagine, ricche di simboli e di miti, per interpretare la storia. Una di queste pagine è quella che insieme abbiamo ascoltato. Pagina drammatica e cupa. Che però non ha cancellato il brivido di alcune luci, su cui vorrei indugiare. Perché se è vero che il risultato del nostro affidarci ad altri dei e non al Dio vivente, l'esito del nostro venderci agli idoli vani, è un vuoto di umanità, è lo scoprirci nudi in umanità, né vale a nascondere la nudità la serie infinita di orpelli che andiamo a escogitare, è altrettanto vero che in questo quadro raggelante ci sono comunque spiragli di luce. C'è, per esempio, la memoria di un Dio che comunque ritorna nel giardino alla brezza dei giorno: i suoi passi possono essere colti in un primo momento con paura, ma poi si scopre che quei passi nient'altro sono che il segno di un Dio che non desiste, segno che la sua passione per gli umani ricomincia da capo: la sua ricerca appassionata non verrà meno e attraverserà tutta la storia fino a trovare il suo approdo, il segno estremo della passione, sulla croce. Come osano dire alcuni padri della chiesa. "Uomo, dove sei?" esclama Dio. Alla fine della sua ricerca, Dio dove troverà l'uomo? Lo raggiungerà, dicono i Padri, sulla croce. A volte dimentichiamo che la nostra storia personale e collettiva, nonostante i colori cupi che a volte dolorosamente la segnano, è attraversata dai passi di un Dio alla ricerca di noi umani. Di un Dio che, nonostante tutto, fa balenare, all'uomo e alla donna nudi, una promessa. E forse fu proprio quella promessa a spingere Adamo a dare un nome di vita alla sua donna: non la chiamò madre dei mortali, ma la chiamò Eva, madre dei viventi. E mi spiace che sia stato dimenticato, nella nostra lettura liturgica, il versetto successivo al dare il nome, dove è detto: "Il Signore Dio fece per il terrestre e la sua donna tuniche di pelle e li vestì". La tenerezza di Dio - alla faccia di coloro che parlano di un Dio duro dell'Antico Testamento! - la tenerezza di un Dio che cuce vestiti. Dicono i rabbini: "La Torah inizia e termina con la tenerezza. All'inizio infatti Dio fabbricò tuniche di pelle e vestì coloro che erano nudi, al termine Dio seppellì Mosè: è scritto, lo seppellì nella valle". Ebbene Dio entra nella storia degli umani, che non è scevra di negatività e di nudità, per ridestare vita, per rivestire le nudità, per riprendere vie di fecondità. Se lasci entrare Dio, succede. Succede anche l'impensabile. Il racconto di Matteo ce lo ricorda. Dio entra nella storia con il suo Figlio: è il punto più alto della ricerca dell'uomo da parte di Dio. E come entra? - perdonate l'espressione -. Entra con passo leggero, con un annuncio di angelo, nel sonno: "Apparve in sogno a Giuseppe un angelo". Entra in punta di piedi, Dio. Ed entra quando Giuseppe è immerso in un turbinio di pensieri, che lo vanno lacerando. Non è detto che Dio venga preferibilmente nei momenti in cui la vita è calma come un mare piatto. Giuseppe si stava tormentando la mente e il cuore per quella maternità di Maria, a lui fidanzata. La legge gli chiedeva di denunciarla pubblicamente, il cuore gli proibiva di farlo, e aveva deciso di ripudiarla ma in segreto. Nella notte entra Dio nella sua vita e gli chiede una strada insolita. Perché anche questa è una costante: che Dio spesso entra per vie strane, strane ai nostri occhi, strane e alternative. Gli chiede di essere padre,, padre legale, per quel bambino: sarà lui a dargli il nome, il nome di Gesù, il nome di un Dio che non è condanna, ma salvezza. Ebbene è scritto: "Quando si alzò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato il Signore". Divenne collaboratore del disegno di Dio. Che era oltre, altro dalle previsioni umane. Giuseppe divenne custode di una vita, che aveva in sé la pienezza della presenza di Dio. Giuseppe aprì a Dio, ai pensieri altri di Dio, aprì alla vita. Ebbene penso che a ciascuno di noi è chiesto di aprire a Dio, a un Dio che ha nel suo stile quello di ricostruire la storia, di riprendere in mano il suo disegno, un Dio che non si lascia scoraggiare né dalle nostre durezze né dai nostri fallimenti. Che chiede però a noi, come a Giuseppe una collaborazione. Perché il suo disegno sulla terra possa fiorire ha bisogno anche delle nostre mani. Ha bisogno di uomini e donne che, come Giuseppe, sappiano ascoltare nel silenzio della loro coscienza la voce dell'angelo e la sappiano mettere in pratica: "Giuseppe" è scritto "fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore". Avvenga questo, anche per ciascuno di noi. Per la riflessione Forse non basta accusare le disarmonie. Saggezza sarebbe ricercarne le cause profonde. Dove ci sembra di scorgerle? Non sempre la via tradizionale è la più saggia. Non lo fu nemmeno per Giuseppe. Dove e come cercare la via migliore? Dio riprende ostinatamente un disegno che è ricostruzione della vita. Abbiamo la stessa ostinazione di Dio? |
|
|
|
|
| Segnala
questa pagina ad un amico scrivi il suo indirizzo e-mail: |
||||