la parola della domenica

 

Anno liturgico B
omelia di don Angelo nella 2ª Domenica dopo l'Epifania
secondo il rito ambrosiano


15 gennaio 2012



 

 

Is 25,6-10a
Sal 71
Col 2,1-10a
Gv 2,1-11

Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù: "egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui".

L'inizio dei segni, secondo Giovanni. Che non usa - dobbiamo ricordarlo - la parola "miracoli". Non la usa neppure per l'evento di Cana, semplicemente "segno". E così ci solleva da una moltitudine di domande sul come possa essere avvenuto, le nostre pallide curiosità, quasi il suo racconto fosse la cronaca dell'evento. Invece ci aiuta a intravvedere che cosa sta oltre. Un segno? Segno di che cosa? A che cosa fa segno il racconto di Gesù a una festa di nozze e la sua cura che ci sia vino? Un'altra epifania, un'altra manifestazione, un'altra fessura da cui scorgere qualche tratto di Gesù? E ancora una volta, direi un volto che ci sorprende, che felicemente ci sorprende, a fronte di tante visioni delle fede, di tante immagini di Dio, di tante interpretazioni dell'uomo, della donna, della vita.

Prima meraviglia questa: che nel suo vangelo Giovanni ponga un "banchetto" come fessura da cui intravvedere. Come se ci invitasse a osservare: Gesù, guardalo a una festa, in mezzo a tutti, in quell'aria allegra che si tocca palpabile, quando ci si trova, ma non in uno spazio sacro, ai banchetti di nozze. Pensiamone uno, un banchetto di nozze cui abbiamo partecipato, e metteteci Gesù. Qualcuno dei maestri dello spirito, direbbe poco decoroso che lui si presenti con questo segno e non in un momento, diremmo, religioso, no, in quell'allegria.

Ma forse noi abbiamo spiritualizzato troppo. Dopo tutto non abbiamo forse questa mattina ascoltato dal rotolo di Isaia una promessa, un sogno che Dio ci mette negli occhi e nel cuore? Scandalo! Che cosa ci fa sognare Dio? "Preparerà il Signore degli eserciti / per tutti i popoli, su questo monte, / un banchetto di grasse vivande, / un banchetto di vini eccellenti, / di cibi succulenti, di vini raffinati. / Egli strapperà su questo monte / il velo che copriva la faccia di tutti i popoli / e la coltre distesa su tutte le nazioni."

Quasi a dirci: se vuoi capire qualcosa di Dio, qualcosa della vita, mettiti a osservare un banchetto. Perché il banchetto non è un mangiare e bere da soli. Questo non è segno né di Dio né di una umanità vera. E' un segno di solitudine e quindi non di Dio, né della vita vera, quella cui Dio ci chiama. A volte ci siamo costretti dal vivere quotidiano, ma non è questo il segno. Oggi purtroppo siamo in una società dove si mangia al bar o a un self-service, nessuno sa chi gli mangia vicino, ognuno col suo vassoio, ognuno fissi gli occhi al suo piatto, in un bar o in fast food. Ma questa, direbbe un amico, "è la barbarie..." (Enzo Bianchi). I pasti si consumano, ma non è più vita umana, è una voracità spenta, deprivata della relazione, del parlarsi, del raccontarsi. Privata dei sentimenti, degli affetti, dell'amicizia.

Vorrei leggere, forse forzo il testo, in questa luce l'altra immagine che Isaia lega a quella del banchetto, l'immagine del velo che viene tolto: " Dio strapperà il velo che copriva la faccia", un velo che impedisce la trasparenza. Il regno di Dio accade, si manifesta quando ci togliamo il velo e viviamo nella trasparenza dell'uno all'altro.

Banchetto come fessura. Ma aggiungo banchetto di "nozze". Le nozze! Anche questo è un evento da cui intravvedere Dio. Tutti sappiamo come nell'Antico Testamento Dio si sia raccontato sotto questa immagine, l'immagine di un Dio innamorato. Che bella immagine di Dio, uno innamorato dell'umanità! Permettete, immagine che ci prende il cuore, molto più delle definizioni spente di tanti catechismi. Un Dio vicino, certo, ma come un innamorato e Gesù a Cana di Galilea fa capire dove lo porterà questo suo innamoramento, fino a dare la vita. Alla madre dirà: "Donna non è ancora giunta la mia ora". In chiare lettere: "tu chiedendomi un segno, mi fai anticipare, con questo segno, l'ora della croce".

Perdonate questa confessione, è forse un pensiero un po' eccentrico, ma vi confesso che anni fa, quando come parroco mi capitava di tenere gli incontri per i fidanzati, spesso mi capitava di pensare che guardando loro, come si tenevano per mano, come si appoggiavano l'uno all'altro, come teneramente si perdevano l'uno negli occhi dell'altro, avrei capito qualcosa di più di chi Dio, di come é Dio, loro una fessura attraverso la quale intravederlo. Come mi sembra dire Giovanni quando racconta come primo segno quello di Gesù alle nozze: Gesù là dove si celebra e si fa festa per l'amore di due innamorati.

Così Dio per noi, l'immagine di un innamorato e il suo sogno di risvegliare amore sulla terra.

Nella festa del "vino", direbbe Giovanni. Anche questa immagine biblica: le Scritture Sacre, parlano dei tempi del messia come dell'arrivo di una stagione in cui c'è vino per tutti. Il vino infatti è immagine di ebbrezza, l'ebbrezza del miracolo dell'amore.

Miracolo del vino, miracolo dell'amore, dentro ore della vita in cui le giare sono vuote, anche le giare pronte per i riti. Tutto diventa vuoto, immobile e gelido, anche i gesti sacri, quando si perde il vino, la passione dell'amore. Un amore che sia sincero, intenso, vino genuino e non sofisticato, vino buono: "Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora".

Sì, perché può succedere, scrive un amico da una fraternità in Brasile e vorrei concludere con queste sue parole, "può succedere che tutto quello che avevi sognato, giorno dopo giorno, piano a piano, si venga spegnendo. E l'amore già era. E magari si fanno le stesse cose di sempre, si compiono gli stessi gesti, si usano le stesse parole, ma non è più come prima. Il vino della vita è divenuto vinaccio e, invece che rallegrare, fa star male. Succede nel rapporto tra persone, nel matrimonio, in famiglia, nell'amicizia, e anche con Dio. E c'è bisogno di qualcuno che se ne accorga e dica: "non c'è più vino". Di quello buono. E preghi e disponga le cose perché il buon Dio prenda Lui l'iniziativa".


Per la riflessione

Dove avremmo bisogno di "vino buono"?
E dove attingerlo?

 

 


 
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