la parola della domenica

 

Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella Solennità del Corpus Domini
secondo il rito ambrosiano

6 giugno 2010



 

 

Gn 14,18-20
Sal 109
1Cor 11,23-26
Lc 9,11b-17

Forse può sconcertare qualcuno questa festa del Corpus Domini, che fa memoria di un dono di cui siamo grati a Dio non solo un giorno all'anno ma ogni domenica, ma ancor più può sconcertare il fatto che delle tre letture solo una oggi parli direttamente dell'eucaristia. E invece in questa scelta potremmo già leggere una intuizione felice, questa: che l'eucaristia non va isolata, sta con la vita, sta con tutta la vita. Quasi fosse sotteso un grido: "Non imprigionate l'eucaristia, non imprigionatela in un rito, lasciatela sconfinare, lasciatela sconfinare nella vita".

Ebbene cominciamo col dire che proprio dalla vita viene la ritualità del pane e del vino. Che bello che sia la Bibbia a ricordarcelo! E viene, lasciatemi dire, da lontano. Non rileggo mai senza un'emozione il brano della Genesi che questa mattina abbiamo riascoltato, brano che narra di una figura misteriosa, un re cananeo, sedentario, che è anche sacerdote, Melchisedek. Accoglie uno straniero di passaggio: accoglie Abramo. Gli offre pane e vino. E gli offre anche una benedizione: "Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore dei cieli e della terra e benedetto sia il Dio altissimo…". Una benedizione dentro un pezzo di pane e una coppa di vino.

Che non siano questi, mi chiedevo, frammenti di Eucaristia dentro ritualità lontane, che noi con aria saccente, saremmo tentati di giudicare pagane, spurie. E Dio che recupera. Noi scartiamo. E Dio ascolta le parole che noi giudichiamo pagane, ascolta la preghiera di benedizione del re cananeo, pagano: Dio benedice. Lega la sua benedizione, e quindi la sua presenza, al pane e al vino offerto dal re pagano allo straniero che passa.

Anche noi, pensavo, stranieri, anche noi come Abramo di passaggio, anche noi ospitati ogni domenica alla cena del Signore, anche noi a prendere un pane cui è legata una benedizione. Anche noi a stupirci e a riconoscere la presenza di Dio al di là dei nostri confini religiosi. Anche noi a chiederci: quando ti trovi davanti agli occhi la vera benedizione, la benedizione di Dio, tu che sei di passaggio, tu che sei straniero, se non nel momento in cui ti viene offerto del pane e del vino? Lì la ascolti come Abramo e non puoi equivocare: la benedizione di Dio si accompagna, quasi legata in matrimonio indissolubile, al pezzo di pane e alla coppa di vino che vengono offerti, donati, condivisi.

Vedete allora come il pasto dell'ultima cena, che oggi Paolo ci ha ricordato, si leghi, in vincolo diremmo indissolubile, al pasto dei cinquemila sull'erba verde di cui parlano concordemente i vangeli. I gesti che Gesù farà nell'ultima sua cena, i gesti che chiederà ai suoi di tramandare in sua memoria, i gesti della stanza al piano superiore, avranno quasi un anticipo su quel prato verde. Sono i gesti, vorrei dire, tipici di Gesù e della sua vita. Tant'è che i due di Emmaus, quando videro quei gesti nella locanda al calar del sole, subito riconobbero il Signore. Ancora una volta aveva preso il pane, aveva detto la benedizione, l'aveva spezzato e condiviso con loro. Riconosciuto!

Vi confesso che mi rimangono molte perplessità sul fatto che lungo i secoli l'eucaristia sia stata in qualche misura slegata dal segno del pane e del vino, quasi fosse ininfluente, fino a celebrarla come un generico indistinto ricevere Gesù. Cancellando, o impallidendo di molto, il fatto che Gesù si sia dato in questa forma, la forma del pane. Sotto questo e non altro segno.

"Il Signore Gesù nella notte in cui veniva tradito" notate la contemporaneità "prese il pane". Dicendo: questa è la mia vita. Una vita, la sua, che trovava la sua immagine più vera in un pezzo di pane, lui con la sua vita pane del nostro cammino, pane che nutre. Pane da assimilare e una vita da assimilare. Quasi dicesse: "Mi consegno a te come pane perché tu, a tua volta, divenga pane. Pane spezzato e condiviso". E allora la domanda, voi mi capite, prende la vita, non mi basta dire: "Ho ricevuto Gesù nell'eucaristia". Mi chiedo che forma ha preso la mia vita, se ha preso la forma del pane spezzato, se sono un pane buono per chi vive con me, per chi mi incontra, se mi lascio in qualche modo spezzare. Oppure, guai a chi mi tocca, guai a chi mi stana dal mio io, dalle mie cose, dai miei interessi. Mi insegna qualcosa il fatto che Gesù mi si consegni nella forma del pane?

Voi mi capite, c'è come una logica da apprendere. Quella logica, la stessa, che il Maestro volle insegnare ai suoi discepoli sul grande parato verde. Vedete, loro, pur sensibili al fatto che veniva tardi per quella gente, trovavano come unica soluzione che ognuno tornasse nei villaggi vicini e ognuno si procurasse dei cibo. E' la logica, la vecchia logica dell'individualismo: "ognuno pensi per sé", e di conseguenza la logica del "congedare": "congeda la folla".

Controproposta, controproposta di Gesù: "Voi stessi date loro da mangiare". Misero insieme quel poco che avevano, una logica alternativa, che sembra iscritta nel pane. Oggi per la prima volta, vi confesso, mi è venuto da pensare che in quel pane distribuito ai cinquemila era come se fosse rimasto, oltre il profumo del pane, anche il profumo di chi aveva dato quei cinque pani e quei due pesci. E che il pane era accompagnato dal profumo di quel gesto di amore. Un pane senza amore è sconsacrato. Come un'eucaristia senza il profumo dell'amore, senza il profumo del pensiero degli altri, senza una preoccupazione per gli altri che giunga a qualche forma di condivisione, è sconsacrata. Come se fosse derubata dalla benedizione di Dio, che lui il pane non può volerlo se non per tutti i suoi figli.


Per la riflessione

Quali gli esiti di un eucaristia scolorita della dimensione del pane e della cena?

Dove rinveniamo frammenti di liturgie non istituzionali, ma vere, nella vita?

Ci sono ancora oggi religiosità che di fronte alle problematiche drammatiche del mondo altro non sanno fare che "congedare"?

 

 


 
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