la parola della domenica

 

Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella I Domenica di Quaresima
secondo il rito ambrosiano

21 febbraio 2010



 

 

Gl 2,12b-18
Sal 50
1Cor 9,24-27
Mt 4,1-11

L'appello della quaresima è personale. Bussa, con la voce del silenzio, al cuore di ciascuno di noi. Bussa. Ma è anche collettivo e prende, nelle parole del profeta Gioele, la forza del suono di uno shofar, di un corno che chiama: "suonate il corno in Sion, proclamate un solenne digiuno, convocate una riunione sacra". Leggevo e rimanevo perplesso: può ancora la quaresima, mi chiedevo, avere una risonanza collettiva? Quasi un fatto corale, un fatto di popolo: "Radunate il popolo, indite un'assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti … Tra il vestibolo e l'altare piangano i sacerdoti, ministri del Signore … Il Signore si mostra geloso per la sua terra e si muove a compassione del suo popolo".

Può la quaresima avere ancora oggi una dimensione corale? E in che senso potrebbe averla? Forse, mi dicevo, sarebbe più facile rispondere a un'altra domanda: se ce ne sia oggi bisogno. Bisogno anche di una dimensione collettiva della Quaresima. E penso che, interrogati sul bisogno, ci dichiareremmo all'unanimità tutti concordi. C'era bisogno di una convocazione universale ai tempi del profeta: devastata la campagna, la terra in lutto, la vite diventata secca, marciti i semi sotto la terra, i granai vuoti, esaurito il vino nuovo, esaurito l'olio, gli alberi secchi e, conclusione delle conclusioni, amara ma anche attuale: "E' venuta a mancare la gioia tra i figli dell'uomo". Non dico che il nostro sia un tempo peggiore di quello del profeta, però è anche vero che a livello collettivo, di società civile e ecclesiale, ci succede di osservare con sgomento quanto sta accadendo. E lo sconforto è tale che a chi oggi dà fiato al corno, per convocare a una speranza, può succedere di essere deriso o tacciato di ingenuità. Come se assistessimo a una sorte di resa collettiva, come se da una palude simile non ci si potesse nemmeno immaginare di uscire, o quasi non ci si dovesse neppure indignare "perché da che mondo è mondo" si dice "le cose vanno così". Come se non si potesse ritornare. A una terra diversa, a un'umanità diversa. Respira invece nelle letture di questo inizio di quaresima una fiducia nella possibilità di un cambiamento, di un ritorno o se volete di una conversione. "Convertitevi", "ritornate", stesso verbo in ebraico.

Come se fossimo chiamati in questo momento a reagire con fortezza. E' questa la lotta, la lotta vera, cui siamo chiamati dalle parole di Paolo che oggi purtroppo sono state sottratte al loro contesto. Infatti Paolo ai cristiani di Corinto sta ricordando la sua testimonianza trasparente per il vangelo. E nessuno che potrebbe accusarlo di aver fatto i suoi interessi. Nessuno! Lui che, anzi, si era negato anche quello a cui avrebbe avuto diritto, lui servo di tutti. Anche questa lezione di una sconcertante attualità. Paolo chiama a farsi forti, non negli intrighi, ma nella trasparenza, in una vita incontaminata. Pensate, in che cosa forti e lottatori? Nella trasparenza, nella ricerca del bene comune. Cosa dimenticata. A cui ritornare. Riprendendo l'esercizio. Coralmente!

Riprendere l'esercizio dei quaranta giorni di Gesù nel deserto, che oggi ci sono stati ricordati da Matteo nel racconto delle tentazioni. Altre volte forse mi è capitato di dire come, al di là delle singole tentazioni, una cosa mi affascina in questo midrash di Matteo, che fa ripercorre a Gesù la storia del cammino del suo popolo nel deserto, terra di avvicinamento ma anche terra di tentazioni, una cosa mi affascina perdutamente ed è il vento della libertà che traspare da ogni parola del Signore, libero, non si lascia incantare, non si lascia sedurre, non si lascia sequestrare, non si vende. Libero.

Il fascino della libertà. Da dove gli veniva quella forza di libertà? Che contrasta con la tentazione del possesso, del successo e con la somma di tutte le tentazioni, quella del potere: "tutte queste cose ti darò se prostrandoti mi adorerai". Il racconto di Marco lascia trasparire da dove venga a Gesù quella forza di libertà che tanto ci affascina. Viene da quel deserto, dal silenzio e dal digiuno di quel deserto.

Un invito per noi a vivere il deserto, e dunque a fare esercizio di solitudine, di solitudine e di silenzio. Qualcuno ha scritto che "il vero silenzio è diventato una cosa rara, talvolta perfino nelle nostre liturgie". Ci ritorni al cuore in questi giorni la parola di Gesù "quando preghi entra nella tua camera, chiudi la porta, prega nel segreto". E io a chiedermi che cosa oggi devo chiudere, per stare in ascolto della Parola di Dio. Gesù l'aveva a tal punto ascoltata da usarla come un vento di libertà davanti alla menzogna del Satana. Vivere il deserto del silenzio e dell'ascolto della Parola che ci fa liberi.

Ancora, vivere il deserto dell'essenziale, fare esercizio dell'essenzialità del deserto, di uno stile di vita più sobrio, più semplice, e quindi più evangelico. Che ha anche l'effetto buono di ricordare a noi stessi che la terra non ci è stata data come proprietà, appartiene a Dio e alle generazioni future e dunque va condivisa e va custodita, e non depauperata.

Esercizio di silenzio e di ascolto, esercizio di sobrietà e di condivisione, in quaresima. E la parola "esercizio" mi ha richiamato una contraddizione cui non sempre siamo sfuggiti. Ci si esercita perché quanto si è ottenuto con l'esercizio rimanga. Non ci dovrebbe rimanere qualche sospetto sui quaranta giorni in cui si fa esercizio di preghiera e sobrietà, finiti i quali si ritorna come prima? A che cosa allora ci saremmo allenati? Al contrario, pensate, se l'esercizio fosse vero, non sarebbe un guadagno, per questa società e per questa chiesa, una presenza nel mondo più numerosa e più limpida di spiriti liberi e resistenti?

Per la riflessione

Dove oggi intravedere momenti di silenzio e di ascolto?

Dove stili di sobrietà e essenzialità?

La condivisione quaresimale tocca la vita e diventa permanente?

 

 


 
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